Trani città multietnica, voci da una città che cambia

I flussi migratori degli ultimi vent’anni hanno profondamente mutato il volto delle nostre città. Tutto è accaduto molto velocemente: popolazioni provenienti dal nord e dal centro Africa, dalla Penisola Araba, dall’Europa dell’est e ancora più ad est fino al cuore del continente asiatico, hanno cominciato a popolare le nostre strade, a vivere nei nostri stessi palazzi, a lavorare nelle aziende locali.  La fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla MUltietnicità) ha calcolato nel 2009 una percentuale di stranieri in Italia che oscilla tra il 5 e il 16% su tutto il territorio italiano, intorno al 9% nella nostra provincia. Per rendere l’idea possiamo immaginare che circa una persona su dieci di quelle che incontriamo per strada, mentre magari siamo distratti nell’assolvere i nostri impegni, è di origine straniera. Come ha recentemente ricordato Don Mimmo durante un incontro tenutosi al Centro Jobel, il valore autentico delle  festività appena trascorse è nel riscoprirsi comunità, nel vedersi come un’unica famiglia. La comunità cittadina, si è detto, tende ad estendersi a culture e religioni diverse senza che questo riesca a minare il valore ecumenico della Natività. Ci siamo dunque chiesti in che modo le comunità di immigrati hanno vissuto il periodo natalizio e abbiamo deciso di girare questa domanda ad alcune famiglie di stranieri che vivono da diversi anni a Trani.


Abbiamo volutamente cercato risposte laddove l’integrazione appare già cosa acquisita, nella piena consapevolezza che in molti casi si tratta di un un percorso lungo e affatto semplice, a volte conclusosi egregiamente, altre appena cominciato. I recenti fatti di cronaca nazionale ci inducono a precisare questo aspetto, perché questo non venga escluso da una visione globale del fenomeno.


Incontro Hela in una stanza della Comunità Oasi2. Quarantenne,  tunisina, musulmana «non praticante», vive a Trani con suo marito da 15 anni e lavora come Colf. E'ricordando un proverbio tunisino che cerca di spiegarmi come la sua famiglia vive i periodi di festa: «non sotto il sole e nemmeno sotto l’ombra. Mia figlia vive al fianco di altri suoi coetanei italiani e cerco per quanto posso di accontentarla, perché anche lei vuole che a casa si faccia l’albero e che sotto l’albero ci siano i regali. Ma questi simboli del Natale non sono i simboli della nostra religione. Io non avrei nessuna difficoltà ad accontentarla ma non tutti la pensano alla stessa maniera. I fedeli musulmani più osservanti non accettano facilmente questi simboli, ed è meglio evitare di farsi gli auguri in questo periodo. Spesso mi trovo in difficoltà perché da un lato vivo in un paese che ha le sue tradizioni ed è qui che vive la mia famiglia, dall’altro sempre più spesso devo cercare di mantenere quelle del mio paese d’origine. Non sotto il sole e nemmeno sotto l’ombra appunto». Non sono mancate certo le difficoltà.


Hela mi racconta di una brutta esperienza avuta con uno dei suoi primi lavori come Colf. Per mesi non ha ricevuto il suo compenso ed ha dovuto ricorrere in Tribunale per vedersi regolarmente retribuita: «la causa è durata dieci anni. Alla fine ho avuto i miei soldi ma non è normale ricevere questo trattamento. È una questione culturale, so che molto spesso succede. Fortunatamente si è trattato per me di un unico caso perché qui la maggior parte della gente è accogliente, sono sempre stata trattata bene». All’inizio Hela ha specificato di non essere una musulmana praticante. Le ho chiesto dunque di specificare meglio cosa implica questa differenza e di spiegarmi come le cose siano cambiate nel tempo, in maniera tale da chiarire il perché di questa difficoltà che, a suo dire, sembra essersi accentuata negli ultimi anni. «A Tunisi» spiega «lavoravo come segretaria, vestivo all’occidentale, la mia formazione era laica, moderna. Mia madre ha addirittura studiato dalle Suore. Quando sono venuta in Italia non ho trovato grosse difficoltà, la mia vita era ovviamente cambiata ma non c’era molta differenza. Anche con le mie connazionali si viveva all’occidentale, non c’era nulla di male. Alcune di noi indossavano anche la minigonna. Negli ultimi dieci anni però i fedeli musulmani strettamente osservanti sono aumentati, in Tunisia, nel Marocco, e di conseguenza anche in Italia dove molti emigrano portandosi dietro le loro tradizioni che sempre meno sono disposti a mettere in discussione. Molte donne che prima non portavano il velo hanno cominciato ad indossarlo, altre cercano di evitare dei lavori che prima non avevano difficoltà a fare. Questo cambiamento sta coinvolgendo un po’ tutto il mondo musulmano, soprattutto quello uscito in tempi recenti dal colonialismo europeo».


Le parole di Hela mi vengono in buona parte confermate da Adel, iracheno, a Trani da 35 anni, lavora come fotografo. A differenza di Hela, Adel è un musulmano praticante. La sua storia personale meriterebbe un articolo a sé per intensità e bellezza. Un uomo di cultura vastissima, fine conoscitore delle Sacre Scritture, nei suoi ragionamenti cita a memoria il Corano, l’Antico e il Nuovo Testamento, il Talmud. Rimanere troppo a lungo sul tema dell’intervista è praticamente impossibile. Adel si lascia andare a riflessioni di carattere generale e insieme possiamo scambiare opinioni sulla recente storia europea, sui rapporti tra Europa e Medio Oriente, ma anche sulle influenze reciproche tra filosofia occidentale e filosofia islamica. Racconto ad Adel delle impressioni di Hela e delle mie difficoltà a reperire contatti di immigrati di fede islamica da poco arrivati a Trani. «È normale» mi dice « hanno paura, a loro non piace parlare di sé stessi. Io li conosco, parlo spesso con loro. Molti degli immigrati che si stabiliscono qui vengono da villaggi e da piccole comunità nordafricane. Lì vedevano come se tutto fosse uno, chiusi nella loro visione del mondo e delle cose. È difficile abituarli a vedere anche l’altro, il due. Pochissimi hanno studiato e quello che sanno della vita è quello che hanno appreso in quel piccolo mondo. Quella è la loro sicurezza, ecco perché tendono a chiudersi ancora di più, ecco perché difficilmente si aprono all’altro. Le loro tradizioni, la religione appresa nei villaggi è tutto quello che hanno e che sanno e vogliono tenersele strette. È per questo che non vedono di buon occhio i simboli della festa cristiana e a volte magari preferiscono evitare di fare gli auguri. Hanno paura di perdersi». Chiedo ad Adel se questo però non renda più difficile l’integrazione.


«Devi sapere» replica «che molti degli immigrati che vengono qui, soprattutto nel sud Italia, mantengono fortissimi legami col proprio paese di origine, con la loro famiglia. Buona parte di loro lavora nei campi come braccianti. Il loro obbiettivo è tornare nei propri paesi perché le loro radici sono lì, lì è la loro famiglia e per i musulmani la famiglia ha un ruolo importantissimo, un collante molto più forte che qui in Italia. Già la distribuzione degli spazi negli appartamenti lo dimostra: ognuno ha la propria privacy ma molto più vissuti sono gli spazi in comune al centro di ogni casa. Certo, alcuni di loro si adatteranno alla vita occidentale e preferiranno rimanere qui. Io sono tra questi. Ma i casi come il mio sono sempre meno. Questa tendenza è confermata anche dal fatto che a Trani non c’è una vera e propria comunità musulmana, come ad esempio nelle grandi città del nord. Questo perché di fatto non si ha intenzione di creare una comunità stabile. Sono immigrati si, ma vivono in un paese molto vicino a quello d’origine dove torneranno appena raggiunta una posizione economica accettabile». Ogni domanda che gli rivolgo è un pretesto per fare dell’ottima conversazione e Adel è una di quelle rare persone con cui si può conversare davvero su tutto. Mi faccio spiegare come nella sua famiglia si siano vissute le festività natalizie e di come vive le tradizioni del paese in cui vive da decenni. La sua risposta un po’ me la aspettavo, è la risposta di un uomo religioso ma ragionevole, osservante dei precetti coranici e al contempo colto e aperto al dialogo. «Dio è uno. La religione musulmana è la più giovane dei grandi monoteismi e il Profeta Maometto ci ha insegnato a rispettare le altre usanze, le altre confessioni, senza rinunciare a diffondere la sua parola. Io in quanto musulmano devo rispettare le altre tradizioni e scambiarsi gli auguri o festeggiare la Natività di Cristo è un gesto di solidarietà che Dio apprezza. D’altro canto Cristo è uno dei nostri Profeti e nella Sura si parla dell’Immacolata Concezione di Maria e della Sua nascita. Tuttavia non posso fare a meno di notare come negli ultimi anni stia cambiando il modo di vivere queste sacre ricorrenze. La spiritualità sta cedendo il posto alla funzione sociale e forse si bada più a far aumentare i commerci che ad un vero arricchimento spirituale. È una tendenza che può essere cambiata. A me piace l’Italia, è il paese più bello del mondo, e qui non ho mai avuto problemi perché a Trani la gente è ospitale e mi ha sempre accettato senza riserve». Continuiamo a conversare per diverse ore fino a tardissima sera. Lascio il suo studio con la stessa sensazione che mi accompagnava dopo le lezioni universitarie: un sacco di nozioni fluttuanti nel cervello e un’insistente voglia di fumare.


Da qualche anno il Comune di Trani ha dato in concessione alla comunità ortodossa rumena la piccola chiesa di San Martino. Un centinaio di fedeli, in aumento nell’ultimo periodo. Sul portone di ingresso c’è il numero di Padre Claudiu Craciu. Lo chiamo ma conosce poche parole in italiano e nessuna di inglese. Mi confessa di essere in Italia da poche settimane ed è molto gentile nel mettermi in contatto con Padre Marius, un teologo della Chiesa Bizantina Ortodossa. Padre Marius mi parla delle loro liturgie, del lungo e ricchissimo cerimoniale che fa da sfondo alle festività natalizie celebrate con rito Bizantino Ortodosso. «La riscoperta e il mantenimento di queste tradizioni è molto importante per la nostra comunità», mi spiega Padre Marius. «Noi vogliamo da un lato mantenerle ma anche farle riscoprire ai nostri fratelli cristiani. È per questo che quest’anno si è cercato di unire la celebrazione del Natale Ortodosso e del Natale Cattolico con una serie di iniziative che hanno visto una larga partecipazione di famiglie di entrambe le confessioni religiose. Si è trattato di un momento molto importante, per noi è essenziale il dialogo interreligioso che è l’unico modo per salvaguardare la tradizione. La fede è in pericolo, la Globalizzazione tende ad appianare non solo le differenze ma anche le usanze, i riti, le tradizioni. Bisogna preservare insieme questi momenti, cogliere il valore profondo della liturgia e condividerlo con tutti i cristiani».


Per questioni storiche (ma più corretto sarebbe dire geopolitiche), era abbastanza prevedibile che le comunità di stranieri provenienti dall’Europa dell’est soffrissero meno l’integrazione, anche se le difficoltà le hanno avute anche loro e a volte continuano ad averle. Ma questo non è il caso di Olsi, albanese, trentacinquenne, anche lui cristiano ortodosso, arrivato in Italia nel ’91 in uno di quei barconi che da Tirana portavano il loro carico di umanità disperata sulle coste pugliesi. Tutti ricordiamo quelle immagini drammatiche che oramai fanno parte della nostra memoria collettiva. La sua storia è ricca di difficoltà ma è un altro buon esempio di integrazione e di speranza. Oramai si sente italiano Olsi, qui è casa sua, qui è la sua famiglia. Gli riesce quasi difficile rispondere alle mie domande perché per lui è l’Italia il suo paese, non si sente straniero e ringrazia la città che lo ha ospitato perché gli ha dato la possibilità di avere una nuova vita. «È così per molti degli albanesi arrivati in Italia in quegli anni. Noi abbiamo la nostra chiesa, la nostra religione, ma il resto della vita è come quella degli altri italiani. Ci sentiamo italiani e oramai molti tornano sempre più raramente in Albania per feste e ricorrenze. La nostra vita è qui». 


Arcangelo Rociola, (Pubblicato su Il Giornale di Trani il 15/01/2010)

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