Avrebbero gestito illecitamente attività di cernita, selezione e recupero di rottami ferrosi e non ferrosi in un impianto mai autorizzato, ricavandone un profitto ritenuto ingiusto di oltre 2 milioni di euro. È l'accusa alla base della richiesta di rinvio a giudizio per cinque persone, due delle queli di Trani, nell'ambito di un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari su un presunto traffico illecito di rifiuti partito da Trani nel 2018.
Secondo la Procura, fra il 2018 e il 2022 sarebbero state effettuate 1.388 operazioni illegali di trasporto e conferimento di rottami, per oltre 2.645 tonnellate complessive. L'attività sarebbe stata svolta utilizzando sette operai e mezzi aziendali, nonostante l'iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali consentisse il trasporto con un solo mezzo, dalla portata massima di una tonnellata, e fino a 400 tonnellate l'anno.
I quantitativi contestati avrebbero ampiamente superato quei limiti: oltre 655 tonnellate nel 2020 e quasi 500 nel 2021. Nel giugno 2022 sarebbero stati inoltre effettuati sette trasporti mentre l'iscrizione all'Albo risultava sospesa per il mancato pagamento dei diritti annuali.
L'inchiesta coinvolge anche tre impianti di recupero che, secondo l'accusa, avrebbero ricevuto parte dei materiali. A loro carico viene contestato il concorso nelle attività illecite. Un ulteriore impianto risulta destinatario di oltre duecento viaggi, ma la relativa posizione è stata trattata in un procedimento separato.
Il Comune di Trani, indicato fra le persone offese insieme al ministero dell'Ambiente e alla Regione Puglia, ha deciso di costituirsi parte civile.
Il 15 settembre il giudice ha rinviato la camera di consiglio al 3 novembre. In quella sede sarà deciso se i cinque imputati dovranno essere mandati a processo. Nel frattempo potranno chiedere il rito abbreviato, il patteggiamento o la sospensione del procedimento con messa alla prova.
