In politica, soprattutto quando si ricopre il ruolo di sindaco, non è frequente vedere qualcuno disposto a rinunciare alla propria carica pur di non scendere a compromessi. È questo l’aspetto che riconosco a Marco Galiano, del quale ho sempre apprezzato l’autenticità. La sua decisione mi sembra coerente con la persona che conosco e, sinceramente, non mi ha sorpreso.
Giovedì scadrà il termine per un eventuale ripensamento ma, dopo le parole con cui ha spiegato pubblicamente le ragioni della sua scelta, non riesco a immaginare un esito diverso. Quando si arriva a rendere così esplicite le ragioni di una rottura, credo sia complicato ricomporre ciò che si è spezzato.
Leggendo la sua lettera, ho ritrovato riferimenti che considero tutt’altro che casuali. Il passaggio che considero più significativo è quello in cui parla della pretesa di «tenerli tutti buoni», anche a costo di sacrificare la qualità delle decisioni. È qui, a mio avviso, che si trova il cuore della crisi. Quando la necessità di accontentare tutti finisce per prevalere sulle scelte amministrative, la politica smette di essere uno strumento per governare e diventa un esercizio di conservazione degli equilibri interni.
Mi colpisce anche il riferimento alle decisioni che sarebbero state contestate non nel merito, ma per il modo in cui sono state assunte. Se una scelta non viene messa in discussione per i suoi contenuti, ma diventa comunque terreno di scontro, penso che il problema sia soprattutto nei rapporti tra chi amministra e nella difficoltà di riconoscere al sindaco il ruolo che gli compete. E trovo altrettanto significativo che Galiano abbia parlato di una parte della sua stessa squadra impegnata, di fatto, a seguire una direzione diversa da quella dell’amministrazione.
A mio giudizio, è proprio questo il punto sul quale il centrosinistra, e il Partito democratico in particolare, dovrebbe interrogarsi. Non credo che la fine di questa esperienza possa essere spiegata soltanto attraverso singoli episodi o divergenze su specifici provvedimenti. Vedo piuttosto il fallimento di un metodo politico che negli anni ha fatto della mediazione continua tra gruppi, ambizioni e interessi una condizione essenziale per mantenere gli equilibri della coalizione.
C’è poi un passaggio che ritengo particolarmente eloquente: quando Galiano afferma che sarebbe stato più semplice attribuire all’opposizione la responsabilità delle dimissioni, ma che la realtà è un’altra. Da consigliere di opposizione, considero questa affermazione politicamente rilevante. Avrebbe potuto individuare un avversario esterno e ricondurre a quello lo scontro. Ha scelto invece di indicare le difficoltà maturate all’interno della propria area politica. Credo che sia proprio questo elemento a rendere la sua ricostruzione particolarmente significativa.
Non penso che si possa chiedere a un sindaco di governare senza confronto, né ritengo che ogni dissenso all’interno di una maggioranza debba essere interpretato come un tradimento. Ma considero indispensabile che il confronto avvenga alla luce del sole, nel merito delle decisioni e nel rispetto del mandato ricevuto dai cittadini. Quando una parte della coalizione procede in una direzione diversa da quella del sindaco, senza che si riesca a trovare una sintesi politica, la responsabilità della crisi non può ricadere soltanto su chi decide di farsi da parte.
Per questo, pur essendo all’opposizione, non attribuisco a Galiano la responsabilità esclusiva di quanto accaduto. Al contrario, ritengo che la sua scelta obblighi soprattutto chi lo ha sostenuto a interrogarsi sulle ragioni di questo epilogo.
Penso che Galiano abbia scelto di non sacrificare la propria idea di amministrazione alla necessità di mantenere insieme ogni equilibrio politico. E credo che, al di là delle appartenenze, questa sia la questione sulla quale Trani debba riflettere: la qualità delle decisioni e la responsabilità di governare devono venire prima della convenienza di tenere tutti soddisfatti.
Angelo Guarriello, consigliere comunale e leader movimento Guarriello
