Sul sito della Gazzetta del Mezzogiorno, a firma di Gianpaolo Balsamo, è comparsa la notizia della condanna nei confronti di Abdelati Ibrahimi: otto anni e sei mesi di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e pagamento di tutte le spese processuali. Questo è il verdetto finale per il 60enne marocchino, residente a Bitonto che dopo un processo penale durato ben quattro anni, ha potuto conoscere la sua pena presso il Tribunale di Trani.
Il collegio giudicante, presieduto da Francesco Messina, lo ha ritenuto responsabile di violenza sessuale nei confronti di una donna tunisina, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, favoriva l'ingresso illegale di extracomunitari nel territorio italiano e per calunnia nei confronti dei carabinieri che nel maggio 2008 lo arrestarono. Abdelati Ibrahimi è presidente dell’associazione regionale italo-marocchina «El Wafaa», distintosi in passato per il suo impegno sociale e sportivo e, per questo motivo, meritevole nel 2007 della cittadinanza italiana.
L'uomo, secondo l'accusa, avrebbe violentato varie volte una donna tunisina di casa a Trani, minacciandola di morte, ma anche di riferire agli organi competenti del suo ingresso illegale in Italia, approfittando del suo stato di inferiorità psichica e fisica. In alcune circostanze, Ibrahimi avrebbe approfittato anche del fatto che la teneva sequestrata nella sua abitazione, dalla quale le impediva di uscire. I fatti contestati avvennero a Trani il 9 maggio del 2008 e scaturirono da una telefonata giunta al 112 nel pomeriggio: «Carabinieri, portatevi immediatamente in via Di Terlizzi. Stanno picchiando e violentando una ragazza».
I militari di una gazzella, giunti sul posto, trovarono una ragazza seminuda che, terrorizzata, abbracciò uno dei carabinieri e chiese aiuto. Nell’appartamento c’era anche Abdelati Ibrahimi in stato di agitazione, intento a rialzarsi i pantaloni. «Vi farò saltare in aria. Voi non sapete chi sono io. Siete morti ricordatevelo»: queste le minacce rivolte dal presidente dell’associazione regionale italo- marocchina «El Wafaa» agli uomini in divisa, secondo quanto scritto da Gianpaolo Balsamo.
Nell’appartamento furono trovati anche cocci di bottiglie rotte e la camera da letto a soqquadro. In caserma, il cittadino marocchino non esitò a colpire i militari con calci, spintoni e gomitate e le manette, a quel punto, furono inevitabili.
Il processo è stato caratterizzato da un dibattimento pieno di colpi di scena fatti di ritrattazioni e versioni cambiate per «coprire» l'Ibrahimi da parte della donna tunisina evidentemente intimorita sia per le ritorsioni sia per la vergogna che il reato di violenza sessuale provoca soprattutto nei paesi islamici. «Non è stato semplice ma, alla fine - conclude l’avv. Addati -, siamo riusciti a "smontare" le accuse mosse contrastando tutti gli inutili testi della parte avversa. Una gratificazione dal punto di vista professionale ed umano non dimenticherò mai».
