Sono trascorsi circa 800 anni dalla costruzione del maniero federiciano di “Castel del Monte”, eretto su una delle colline più alte della Murgia pugliese, per volere del “Puer Apuliae”, l’imperatore Federico II di Svevia. La sua struttura ottagonale, dalle perfette geometrie, lo rende unico nel suo genere e costituisce, ancora oggi, una delle più discusse architetture mai realizzate dall’uomo, dopo le statue “Moai” dell’Isola di Pasqua, Stonehenge, in Inghilterra, le Piramidi di Giza, il “Machu Pichu”, in Perù.
La forma del maniero, ottagonale per l’appunto, circondata da otto imponenti e altrettanto sinuose torri difensive, la mancanza di documenti che comprovino con certezza la data di inizio della sua edificazione, l’assenza di notizie utili a capire i motivi che indussero Federico II a ordinarne la costruzione, il fatto stesso che, quasi sicuramente, lo stesso Imperatore non ebbe modo di vederlo compiuto, giacché deceduto prima della sua ultimazione, aumentano l’eterna aura di mistero attorno all’enigmatico castello, creduto, dapprima, insolita fortezza difensiva, residenza di caccia, poi, e, infine, una sorta di tempio del sapere e delle scienze.
Domenico Valente, scrittore tranese, noto anche per la lirica “Stupida Italia” che nel 2009 ha ottenuto il plauso della Presidenza della Repubblica, con il suo “La Follia Omicida di una Donna Fantasma”, thriller ambientato nella Trani dello scorso decennio, attraverso la figura di un fantasma e delle sue cruente e inspiegabili uccisioni, si era già imbattuto nelle accattivanti descrizioni delle vicende legate alla presenza, tra le mura del maniero federiciano tranese, dello spettro di Armida, dama del sedicesimo secolo che, dopo essere stata rinchiusa in una fredda cella, si lasciò morire per il forte dolore, ma con la sua seconda fatica letteraria, “Aranuthon – La Genesi del Male” (Prospettiva Editrice, giugno 2013), l’autore ritorna, con una più articolata quanto avvincente trama, ad affascinare il lettore, trascinandolo, immerso in un clima dai toni “noir” tinti di “giallo”, in un inverosimile viaggio attraverso quelle leggende e quei misteri che da sempre caratterizzano la figura di Federico II e le sue opere.
Lo scrittore, affascinato sin da fanciullo dalla bellezza architettonica di “Castel del Monte”, ogniqualvolta se ne presentava l’occasione, trascorreva ore intere ad osservare, dal terrazzo di un palazzo ottocentesco di Trani, nel quale risiedevano i nonni materni, quell’antico e misterioso maniero che, da quella posizione, visto così in lontananza, gli parve, sin dal primo momento, la gigantesca corona che, secondo gli studi recenti di alcuni ricercatori, il “Puer Apuliae” voleva che quell’imponente edificio, in realtà, rappresentasse. Ed’è nel suo secondo thriller, sequel del precedente, che Domenico Valente propone, attraverso il racconto di un personaggio del libro, questa sua giovanile intuizione.
Mistero e leggenda, nelle tinte fosche del thriller, vivono ancora attraverso la fervida immaginazione dell’autore, che non ci fa rimpiangere i nomi più noti della letteratura “noir”, quando alcuni dei personaggi di “Aranuthon” s’imbattono, attraverso un pertugio scoperto nelle mura perimetrali del castello di Trani, in un lungo e tenebroso cunicolo che li condurrà, in un percorso ricco di sorprendenti colpi di scena, fino alla base del “Castel del Monte”, ove saranno autori di un incredibile rinvenimento.
Anche quest’aspetto, quello del ritrovamento del cunicolo che collegherebbe le due distanti cittadine pugliesi, leggenda tramandata dai nostri avi, rappresenterebbe, oltre i confini del romanzo thriller, un altro misterioso tassello delle vicende legate all’enigmatica figura dello “Stupor Mundi”.
