Lo sport come strumento educativo all’interno delle carceri: gli istituti penitenziari femminili e maschili di Trani hanno aderito al progetto “Sport nelle carceri”, promosso a livello provinciale dalla Delegazione Coni della Bat, che permetterà ai detenuti di svolgere fino al 23 dicembre corsi di calcio, pallavolo, pallacanestro, yoga e fitness. Così il delegato provinciale Bat del Coni, Isidoro Alvisi, nel corso della presentazione, avvenuta stamane: «Questo progetto rappresenta il nostro contributo nei confronti di una esigenza di carattere sociale: recuperare il vissuto dei detenuti è una nostra missione, ed è una “integrazione al contrario”, nel senso che essi ci permettono di entrare nel loro mondo e questa per noi è una esperienza fondamentale che ci ha arricchito».
In sole due settimane, oltre la metà della popolazione carceraria ha aderito. «Stiamo cercando di rendere lo sport fruibile a tutti – prosegue Alvisi -. La successiva fase di questo processo di integrazione può sfociare nell’avvicinamento dei detenuti alle attività sportive, ma noi vorremmo che il Coni ne faccia un progetto nazionale per dare anche dei titoli e dei mezzi affinché loro divengano, a loro volta, istruttori. Ci auguriamo che ci sia un percorso di integrazione».
Lo sport rappresenterà per i detenuti e le detenute una componente fondamentale nel loro processo di rieducazione, anche per migliorare la convivenza all’interno degli istituti, contribuendo ad abbassare il livello di tensioni e di conflitti. Ne è convinto Monsignor Giovan Battista Pichierri: «È un progetto che guarda al detenuto come ad una persona che ha bisogno di esprimere le sue capacità, d’altronde, come dicevano bene i latini, “mens sana in corpore sano”. Il carcerato è costretto ad una vita sedentaria, lo sport permette invece di fare una attività rilassante». Il cappellano del carcere è don Raffaele Sarno, un punto di riferimento per tutti i detenuti. «Non possiamo ritenerli uno “scarto dell’umanità” – prosegue Picchieri - ma delle persone in condizioni di fragilità che hanno bisogno di essere recuperate».
Lo stesso discorso, legato all’accoglienza, va fatto per i migranti ospitati presso una struttura religiosa della nostra città: «Non possiamo chiuderci a chi bussa perché spinto da necessità e bisogno. Chi scappa, scappa da terre nelle quali ci sono guerra, fame, povertà. Non possiamo permettere che muoiano nelle acque: questo pone anche a noi delle riflessioni perché l’accoglienza sia dignitosa e salvaguardata all’interno delle realtà nelle quali si inseriscono».









