Nuovo appuntamento alla “Luna di sabbia” con “Scrittori nel tempo”. Stavolta, a dialogare con Vito Santoro, curatore della rassegna, c’è stato Nicola Ravera Rafele, che ha presentato il suo libro “Il senso della lotta”.
Ed è proprio dal titolo, che peraltro richiama i versi del francese Michel Houellebecq, che parte una osservazione: «Perché “Il senso della lotta”?» «Il senso» ha spiegato Rafele «è inteso sia come significato che come passione» della lotta.
Lotta che è quella che il protagonista del romanzo, Tommaso, giornalista precario, «seppure al Corriere della Sera, fidanzato con una donna bella e simpatica che non ama», fa all’interno di se stesso quando, a seguito di un attacco di panico, si rende conto di essersi rinchiuso in una «cuccia nella quale però si è costruito un castello di bugie». La lotta che Tommaso fa per cercare i genitori, che lo hanno abbandonato e fatto allevare dalla sorella della madre, psicoanalista. E la lotta armata, quella che hanno fatto i suoi genitori, due ex militanti nelle Brigate rosse, che egli crede siano morti nel 1983, salvo poi scoprire un’altra verità.
«Inizia così un percorso di consapevolezza – spiega Santoro -. Il romanzo è strutturato come un thriller e quindi c’è una alternanza di persone e tempi ed anche un importante affresco dell’Italia, quello della lotta armata», di un periodo di tempo molto ampio, che ha lasciato, secondo Rafele «un cumulo di detriti». Per scrivere il libro, l’autore ha intervistato ex brigatisti o persone vicine alla lotta armata e alla sinistra extraparlamentare: Enrico Fenzi, della colonna genovese, dantista, autore di “Armi e bagagli” (che Rafaele ma anche diversi critici considerano il «migliore mai scritto da un reduce della lotta armata»); Franco Piperno, tra i fondatori di “Potere operaio”, fisico; Adriana Faranda, ex Br. «Le battaglie sociali e culturali sono state vinte – ha detto lo scrittore - ma quelle strutturali si sono perse, come per esempio la rivoluzione».
E Rafele, in alcuni casi inconsciamente, come quando scrive di Piperno («È stato mio padre che, letto il romanzo, mi ha detto: “Ma questo che hai descritto è proprio Franco Piperno”»), ha costruito dei personaggi coerenti con le persone che stava descrivendo. «Il terrorismo è stata una scelta di “plot”: a me interessava il rapporto con il passato, quindi ho usato la storia estrema degli anni Settanta in modo da metterci dentro il mistero, il thriller». Anche la scelta di far lavorare il protagonista come giornalista non è casuale: «Ho permesso al giornalista di fare un’inchiesta su se stesso».
Un libro molto corposo, edito da Fandango, che, ha concluso Santoro «cerca di capire quegli anni andando oltre il semplice saggio storico», come molta della letteratura sugli Anni di piombo.
Federica G. Porcelli


