In un momento così particolare per la città, ritrovarne l'identità anche intorno alla storia del commercio fa bene e rappresenta un segnale di fiducia. I sessant'anni della Bottega del vino, più comunemente conosciuta come «Cantina Di Lernia», dal 1957 al 2017, sono il segno di un'invidiabile continuità
«Cosa rappresenta questo traguardo oggi? La forza dei nostri genitori - risponde Nicola Di Lernia, che gestisce l'attività con il fratello, Pasquale - di mantenerla viva nei momenti più difficili e, poi, la nostra capacità di tenere la famiglia unita e portare avanti l'attività non con presunzione, ma umiltà».
Michele e Teresa Di Lernia (caso più unico che raro di coniugi che portano lo stesso cognome), aprirono quella serranda inizialmente come osteria. Erano gli anni del boom del settore lapideo, andava bene l'edilizia, tutti lavoravano e gli avventori erano numerosi, soprattutto cavamonti e carpentieri. L'osteria era il luogo per rifocillarsi, ma un riferimento per scambiarsi esperienze prima, durante e dopo il lavoro.
I figli, Nicola e Pasquale, diventano binomio dal 1990, anche se il secondo già si era affiancato ai genitori sei anni prima. «Ed è stata un'evoluzione bellissima, grazie anche alla nostra caparbietà di puntare soprattutto sul territorio - riprende Nicola -. Ci siamo aggiornati, abbiamo partecipato a corsi di sommelier, organizzato eventi, scambiato esperienze con colleghi ed amici».
Eppure, se oggi chiamassimo ancora quel luogo «cantina», loro non si offenderebbero: «Rimane sempre una cantina, anzi "cantina" è l'appellativo che mi hanno simpaticamente affibbiato. Ci fa piacere, ma è giusto ricordare che siamo cantina, bottiglieria, enoteca, vineria e tutto quello che ciascuno riesce ad interpretare».
Di certo, se negli anni '60 era facile fiorire grazie al boom economico, oggi lo è molto meno mantenersi sulla breccia: come si fa a richiamare la gente? «Con la comunicazione - risponde sicuro Nicola -, stando a stretto contatto con i clienti, che sono amici, perché i clienti, quasi sempre, diventano amici e, con loro, si crea un circolo sempre più virtuoso».
Intanto, anche oggi, il vino che tira di più è il bianco pugliese, quello autoctono per eccellenza, ma la serata della festa ha consentito di fare degustare le pregevoli versioni del Tupputi, di Barletta, prodotto del territorio in costante ascesa.
Nel frattempo, il figlio di Nicola frequenta l'Istituto agrario e sembra pronto a garantire la continuità. Ma sembra anche che, un po' ovunque, la voglia di fare questo mestiere, genuino e nobile allo tesos tempo, non manchi proprio. Ad maiora.










