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Violenza contro le donne, la riflessione di una lettrice

La condizione delle donne nel mondo è cambiata molto, soprattutto negli ultimi anni.

Anticamente, la donna era reputata inferiore per qualsiasi azione, per qualsiasi sport, per la maggior parte dei lavori, nell'antica Grecia non potevano esser parte attiva delle attività politiche.

Occuparsi della casa e dell'educazione dei figli: per anni e anni questa frase è stata associata alla figura femminile, e, purtroppo, accade ancora oggi.

La situazione, come ben sappiamo, è ben mutata: ad oggi la donna ha diritto di voto e ha quasi piena uguaglianza con l'uomo, ma questo non basta. Scrivo quasi perché, esempio lampante, è l'ambito salariale: è statisticamente provato (lo dicono i dati, non io) che una donna su 5 guadagna circa la metà di quello che guadagna un uomo.

In Oriente e Medioriente ancor oggi la donna viene considerata un oggetto, non ha le libertà che possono vantare le sue sorelle occidentali, ultimo traguardo recente è stata la conquista negli Emirati Arabi della patente di guida: finalmente le donne possono guidare, e non devono più esser accompagnate dal proprio marito.

Nella nostra penisola, le leggi che hanno cambiato il corso della storia femminile sono svariate.

Per fare qualche esempio, vi consiglio la lettura di un testo davvero interessante, a cura della fondazione Nilde Liotti,“Le leggi delle donne che hanno cambiato l'Italia”. Usare il proprio cognome per una moglie italiana era impossibile fino al 1975, intraprendere la carriera di magistrato, fino al 1968.

Più facile esser condannate per tradimento: l'adulterio femminile cessa di esser reato nel 1968. Diritto di voto attivo e passivo? Solo nel 1956. Tutela sul lavoro? Nel 1950: è di quell'anno la legge vieta il licenziamento fino al primo anno del bambino e introduce il trattamento economico dopo il parto.

Noi giovani donne siamo nate e cresciute con dei diritti acquisiti e perché no, ritenuti quasi dovuti. Ma, una volta che ci troviamo ad affrontare l'ambiente lavorativo e la costruzione di una famiglia, veniamo trascinate in una società che continua a discriminarci.

Alle donne oggi, per sentirsi realmente realizzate e rappresentate occorre che le leggi non abbiano valore solo su carta. La donna va ancora tutelata. Se le conquiste sono state tante e tutte importanti, mantenerle e ottenerne ancora altre è per noi un dovere. Perché, diciamolo, veniamo ancora oggi trattate come oggetti.

 “La donna come oggetto”. Questa espressione mi ha sempre fatto paura. Paura perché ogni anno si verificano centinaia di casi in cui la donna viene violentata, stuprata e uccisa, molte di loro non hanno il coraggio di ribellarsi e appellarsi ai propri diritti, perché spesso intimorite e minacciate dagli uomini. Per prevenire ciò si sono formate molte associazioni a difesa della donna.

Noi donne abbiamo coscienza degli effetti devastanti che sulla nostra psiche e sul nostro corpo la violenza ha, di qualsiasi natura essa sia.

Nel 1996, la violenza sulle donne si trasforma da reato contro la morale a reato contro la persona. Più recente è la legge sullo stalking: solo del 23 aprile 2009, la n.38.

Ogni anno, il 25 novembre, si celebra la giornata contro la violenza sulle donne.      

L'Onu ufficializzò, nel 1999, questa data, scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’ Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Una data, questa scelta in ricordo del brutale assassinio, avvenuto nel 1960, delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime dittatoriale della Repubblica Domenicana. Il 25 novembre 1960 le tre sorelle, furono bloccate da agenti del Servizio di informazione militare, condotte in un luogo nascosto furono torturate, massacrate e strangolate, per poi essere buttate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

In Italia, il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne sono divenute le scarpe rosse, lasciate abbandonate su tante piazze del nostro Paese per sensibilizzare l'opinione pubblica. Lanciato dall'artista messicana Elina Chauvet, attraverso una sua installazione, nominata appunto Zapatos Rojas, il simbolo delle scarpe rosse è diventato presto uno dei modi più popolari per denunciare i femminicidi.

Tale installazione ha fatto il giro del mondo, toccando alcune delle principali città europee e italiane.

Parlare di violenza sulle donne significa far parlare il mondo, farlo scandalizzare, farlo agire contro la violenza che si perpetua contro le donne, conoscere i volti della violenza è il primo passo per riconoscerla, denunciarla, combatterla e sconfiggerla.     

Purtroppo capita molto spesso che sentiamo per strada un “ciao bellezza!” detto da uno sconosciuto che, a distanza di due metri, legge la Gazzetta dello Sport al bar.     

Questo approccio non rende la donna corteggiata, non sta aspettando quello perché la sua giornata svolti, perché sa che i complimenti sono altri. Perché di “ciao” ne esistono tanti, fatti di toni dolci e speranzosi o di intenzioni viscide e deprimenti e che

ogni donna sa ben distinguerle e accettare quelle che pensa di meritare.

Perché nessun uomo che ha intenzione di instaurare un dialogo o iniziare un possibile rapporto con una donna, si approccerebbe a lei con un complimento urlato, biascicato o sussurrato in strada, senza confidenza.

Camminare per strada e sentirsi gli occhi addosso, dover ascoltare e subire commenti, apprezzamenti, fischi, battute da uno o più uomini sconosciuti, non importa che tu stia indossando una gonna o una tuta da neve, fa ribollire il sangue nelle vene, non importa che abbiano intenzioni peggiori o si fermano ad una parola urlata a te come a quella prima e all’altra che verrà.

In Italia sono circa 7 milioni le donne che nel corso della loro vita hanno subito abusi sessuali e vessazioni quotidiane, sevizie, sopraffazioni, stupri, delitti d'onore, mutilazioni genitali, prostituzione forzata: la lista è lunga, dolorosa e indegna.

Ma invece del clamore e dello scandalo regna spesso un terribile silenzio: il silenzio terrorizzato delle oppresse e l'omertà della società. Spezzare questo silenzio è nostro dovere.

In conclusione, voglio ricordare il recente episodio che ha scosso l'Irlanda. Un uomo di 27 anni è stato accusato di stupro nei confronti di una minore. Dichiarato non colpevole. Perché? Indossava un tanga. Un tanga con il pizzo davanti!!!!

È stata Elizabeth O’Connell, avvocato del presunto aggressore, a ribadire come la diciasettenne fosse consenziente ed a mostrare in aula gli slip che la vittima portava al momento dei fatti : “Guardate il modo in cui era vestita, indossava un perizoma con la parte davanti in pizzo”.

In Irlanda è diventato il simbolo di una protesta nata da una sentenza di tribunale.    

È quel tanga che è finito poi in Parlamento e nelle strade con accanto una frase: questo non è dare il consenso: “This is not Consent!”. Frase che ormai impazza sui social e su internet, frase che creare unione, fiducia, coesione.

La storia ci insegna a non ripetere gli errori del passato, non sempre questo accade. Cosa serve, quindi oggi alle donne per sentirsi realmente realizzate e tutelate in tutti i sensi? Innanzitutto, che le conquiste non vadano vanificate.

 Che siano presenti nella nostra società strumenti di lotta continui e costanti, che garantiscano sia il mantenimento in vita delle conquiste fatte, sia il dibattito critico sulle difficoltà e le esigenze della donna contemporanea.

In sostanza, per realizzare la loro dimensione di vita e di esseri sociali, le donne non devono smettere di incontrarsi, di dialogare, di riflettere e soprattutto non devono abbassare la guardia. Mai.

Dott.ssa  Francesca Termine


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