Trani - «Non può esserci convivenza tra la cultura delle Camere Penali e associazioni che scelgono un rapporto servile, compiacente o subalterno nei confronti della magistratura»: è questa la frase contenuta nel comunicato diffuso il 24 aprile scorso dal presidente della Camera Penale di Trani "Giustina Rocca", l'avvocato Luca Gagliardi (seconda foto), a fare da innesco a un vero e proprio terremoto all'interno dell'avvocatura penale tranense. Un documento che, nato come riflessione sul post-referendum e sulle prospettive dell'organismo, si è trasformato nel detonatore di una crisi che ha già prodotto una clamorosa defezione e potrebbe determinarne altre, in attesa di un'assemblea convocata per il prossimo 7 maggio.
IL COMUNICATO E LA PAROLA CHE BRUCIA
Gagliardi, convinto sostenitore del Sì al referendum sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, aveva costruito il suo intervento attorno alla necessità di fare chiarezza sull'identità dell'organismo, soprattutto alla luce della nascita di nuove associazioni sorte dai Comitati «Avvocati per il No». Il presidente aveva scritto che la pluralità è un valore «solo quando non mette in discussione i fondamenti» e che chi sceglie strade diverse «sceglie, inevitabilmente, un percorso diverso dal nostro». Una presa di posizione netta, che tuttavia è stata letta da molti come una sorta di patente di legittimità professionale rilasciata a chi la pensava come lui e negata a chi aveva votato diversamente.
La parola che brucia è proprio quella: «servile». Insieme con «compiacente» e «subalterno», è stata percepita come un giudizio morale, prima ancora che politico, su colleghi che avevano semplicemente espresso una posizione diversa nel segreto dell'urna. E questo ha fatto scattare reazioni che nessuno, probabilmente, si aspettava così repentine e così nette.
LE DIMISSIONI DI DI TERLIZZI
Il primo a reagire, e nel modo più drastico, è stato l'avvocato Domenico Di Terlizzi (prima foto), decano dell'avvocatura tranense con oltre cinquantaquattro anni di professione alle spalle e tra i fondatori della Camera Penale, nella quale aveva ricoperto anche la carica di delegato circondariale. Di Terlizzi, che al referendum aveva votato No, ha rassegnato le dimissioni il medesimo giorno del comunicato, con una lettera che non lascia spazio a interpretazioni.
«Apprendo dal recente comunicato del Presidente della Camera Penale di Trani - ha scritto - che l'esercizio del voto libero e del pensiero critico colloca alcuni avvocati, tra cui il sottoscritto, nella poco onorevole categoria dei "servili", "compiacenti" e "subalterni"». E ha aggiunto, con tagliente ironia: «È una scoperta interessante: ignoravo che accanto ai codici, fosse stato introdotto anche un prontuario ufficiale delle opinioni consentite e del modo con cui deve esercitarsi l'avvocatura penale che in oltre 54 anni di professione ho colpevolmente ignorato».
Di Terlizzi ha lamentato la trasformazione della Camera Penale «da luogo di confronto tra professionisti in una sorta di struttura gerarchica in cui il dissenso non è semplicemente sbagliato, ma moralmente riprorevole», paragonando la distribuzione di «patenti di dignità professionale» ai meccanismi delle liste di proscrizione. «Prendo atto che non vi è più spazio per posizioni autonome che non coincidano con quelle della dirigenza pro tempore» ha concluso, prima di precisare che la sua eventuale «permanenza rischierebbe di assumere un significato che non mi appartiene».
LA PRESA DI DISTANZE DEI COLLEGHI
Alle stesse conclusioni sono giunte le avvocatesse Valentina De Santis (terza foto), Laura Di Pilato, Elisabetta Mastrototaro e Shady Alizadeh, che hanno aggiunto la propria voce al coro di chi chiede un cambio di passo nella gestione dell'organismo. «Definire chi la pensa diversamente come “servile”, “compiacente” o “subalterno” è un’accusa grave, ingiustificata e offensiva, che nega il valore del pluralismo, mortifica il confronto e indebolisce la cultura delle garanzie che si dichiara di voler promuovere, in aperto contrasto con la funzione costituzionale dell’Avvocatura. Il ruolo della difesa e il giusto processo non si tutelano con proclami identitari, né tanto meno coltivando – a parole – uno stato di conflittualità permanente con la magistratura. Si garantiscono, piuttosto, praticando e pretendendo, sempre e ovunque, continenza, rispetto delle regole e correttezza istituzionale. Cultura della giurisdizione e giusto processo accusatorio sono patrimonio comune dell’Avvocatura e della Magistratura, nella consapevolezza reciproca di svolgere un ruolo essenziale al servizio dei cittadini».
LA QUESTIONE DI FONDO
Al di là delle dinamiche interne, la vicenda solleva una questione di principio che trascende i confini del Foro di Trani. Il dissenso sul quesito referendario così come formulato - questa è la tesi di chi ha votato No pur condividendo l'obiettivo della separazione delle carriere - non equivale affatto a subalternità culturale o istituzionale rispetto alla magistratura. Molti dei sostenitori del No avevano mosso obiezioni di natura giuridica e costituzionale, temendo che il meccanismo proposto potesse determinare una subordinazione della magistratura all'esecutivo, e non certo un avvicinamento ad essa.
Su questo punto, peraltro, lo stesso Gagliardi aveva in parte ammesso, nel suo comunicato, che il No non nasceva da un dissenso sulla separazione delle carriere - definita «un obiettivo irrinunciabile della nostra tradizione» - ma da una contestazione del quesito e da un timore che lui stesso aveva giudicato «infondato». Il che rende ancora più difficile comprendere come, a partire da premesse così simili, si possa poi arrivare a etichettare l'altra parte con aggettivi così pesanti.
L'ASSEMBLEA DEL 7 MAGGIO
I firmatari della lettera di richiesta chiarimenti hanno sollecitato una convocazione urgente dell'assemblea degli iscritti, avente ad oggetto il rispetto del principio di pluralità e del diritto di libertà di pensiero, opinione ed espressione all'interno dell'associazione. L'appuntamento è fissato per il prossimo 7 maggio, e si annuncia già come uno di quei momenti nei quali si decidono non solo le sorti di un organismo locale, ma qualcosa di più profondo: la concezione stessa del ruolo dell'avvocato penalista e dei confini entro cui può e deve muoversi il dissenso in una comunità professionale che della libertà di difesa ha fatto la propria ragione d'essere.
Il paradosso, del resto, è già stato messo in evidenza da chi ha protestato: difficile sostenere il diritto di difesa di tutti i cittadini nel processo e, al tempo stesso, negare ai propri colleghi il diritto di pensarla diversamente senza essere bollati con aggettivi che, in qualunque altro contesto, suonerebbero come insulti.


