L’atmosfera esotica e misteriosa dell’”Odalisca con pantaloni rossi” (1922), dipinto del genio fauve Henri Matisse, riprodotto in copertina, introduce alla lettura di “Estravaganti” (Bastogi Editrice Italiana), la recente raccolta di versi del Prof. Domenico di Palo, protagonista a trecentosessanta gradi della vita culturale pugliese grazie alla sua molteplice attività pubblicistica (“Il Cannocchiale”, “Singolare/Plurale”), narrativa (l’antiromanzo “Renato e i giacobini”) e poetica (“Foglie”, “La bella sorte e altri versi”, “Sotto coperta”, “Avanti ma…..”, “Double face”).
La definizione di rime “estravaganti”- come sottolinea l’autore alla fine dell’opera – non è riconducibile ad una presunta bizzarria dell’autore, né, tanto meno, ad un suo tormentato riflusso nel privato, ma nasce dalla volontà di dare a questi versi, così inconsueti e originali, visibilità e collocazione”. Domenico di Palo ha abituato il lettore ad una poesia sperimentale, innovativa, fuori dagli schemi prefissati, assolutamente non banale, ma anche molto profonda e intimista, centrata su temi universali, come il trascorrere del tempo, l’amore e la solitudine.
Anche in “Estravaganti” non si smentisce e conferma la sua straordinaria capacità di creare versi freschi, sintetici e originali, che si leggono tutto d’un fiato e colpiscono dritto al cuore, grazie ad uno stile curato, ma non ampolloso e caratterizzato dall’uso calibrato, ma non smodato di virtuosismi retorici (anafora, anadiplosi, chiasmo, similitudine e metafora tra i più usati).
Con maestria e naturalezza l’autore, anche in questa raccolta, riprende modelli classici (Marziale e Orazio) per rimaneggiarli e personalizzarli (“Io fuggo se tu mi cerchi e ti cerco se tu fuggi….Questo mi succede….. E non voglio che tu mi voglia e ti voglio se tu non vuoi….).
Il fil rouge della raccolta è rappresentato dall’amore, uno stato di grazia (“Buondì sentiero dell’amore bello con quelle rose che non hanno spine e che diritto porta nel castello di una felicità senza fine….), che evolve in disgrazia, quando la donna, oggetto del desiderio, è lontana (“Il tempo passa e passano le stelle ma non passa più questa passione che ormai si sente sotto la pelle come in una vecchia canzone”). Celebrando la potenza del sentimento amoroso e l’appagamento che da esso scaturisce, di Palo invita a non diffidare dell’amore (per quanto esso possa rivelarsi “puerile, fosco eppur monello”), perché “ con esso c’è il paradiso e senza c’è l’inferno”.
Pur esaltandone la forza e la bellezza , l’autore si rivela maestro anche nel cogliere le contraddizioni dell’amore e nel svelare la natura ambigua della donna, “facile conquista ma anche “rocca inaccessibile”, “dolce come il miele e amara come il fiele”.
Domenico di Palo si conferma un talento versatile e multisfaccettato, capace di passare con disinvoltura dal registro leggero e giocoso (“Gioco” e “Ohibò”) a quello più intimista e lirico di componimenti come “Non sono trite fibre” ed “E ora che tu sei”, senza esimersi dall’adottare un tono più caustico in “Voi”, in cui si lancia in un’accesa invettiva contro gli arroganti, tracotanti e i disillusi (“Voi che agli illusi gli occhi accecate”) e contro coloro che “teorizzano la dottrina del niente sproloquiando in modo indecente”.
Sally Viesti