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Trani sbarca alla Biennale di Venezia. Ecco l'opera della tranese Francesca Loprieno

Una tranese a Venezia, più precisamente alla 54esima Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia nel padiglione Italia/Accademie. Si tratta di Francesca Loprieno, nata a Trani, vive e lavora a Roma nel campo della fotografia e della comunicazione audio-visuale.

Ha avuto numerose esperienze artistiche con mostre collettive e personali. Tra le partecipazioni più importanti si ricorda la Personale “Transizioni” al Museo Nuova Era di Bari, la partecipazione alla Giornata del Contemporaneo “Speed Date” a Roma organizzata dal critico d’arte Cecilia Casorati e dall’artista Liliana Moro. Il premio vinto nel 2010 in occasione del concorso “j’ai 20 ans dans mon pays” indetto dall’alliance Francaise di Bari e Parigi.

In particolare sul tema dell’alterità ha condotto una ricerca sulle problematiche dell’immigrazione mediante alcuni reportage sui quartieri popolari della metropoli multietnica (ricerca condotta a Parigi nell’autunno-inverno dell’anno 2010) selezionata per il Museo della Storia e dell’Immigrazione di Parigi. I percorsi della sua ricerca sono molteplici, ma tutti si sviluppano da un nucleo centrale essenziale che accoglie riflessioni e interrogativi su tematiche come quelle dell’attraversamento e del viaggio, della perdita della condizione stabile dello spazio e della condizione certa del tempo e delle relazioni tra fluidità, fuga, non-luogo e non-tempo, spaesamento, perturbanza. Le sue ultimissime ricerche fotografiche sono rivolte al tema dell’identità e dell’alterità, ricerche che si soffermano anche sulle problematiche femminili.

Il prossimo lunedì 27 giugno alle ore 17 nell'aula multimediale del Politecnico a Bari, in via Amendola 126, ci sarà la presentazione della sua opera. Interverranno, Nicola Costantino, Magnifico Rettore Politecnico di Bari, Maria Vinella, Critico d’Arte, e Pio Meledandri, Direttore del Museo della Fotografia del Politecnico di Bari.

Il lavoro "identi-kit" è realizzato dall’artista nel 2009 in occasione del premio letterario Città di Bari donato alla giornalista Giuliana Sgrena in merito al libro da lei scritto “Il prezzo del Velo”. In tale occasione il lavoro identi-kit si presenta come contro risposta in chiave occidentale alla visione femminile orientale descritta nel libro della Sgrena. Sempre “Identi-kit” è presentato dal critico d’arte Maria Vinella nel maggio 2009 al convegno internazionale Lètteratures, arts et comparatiste de genre, Univèrsite Paris 8, Parigi; il progetto è illustrato nella relazione di MariaVinella intitolata Art visuel et comparatisme de genre.

Attualmente è esposto nel Padiglione Italia/Accademie alle tese di San Cristoforo in occasione della 54. Esposizione della Biennale di Venezia. In tal proposito il giornalista Sileno Salvagnini scrive sul quotidiano “La Nuova Venezia” il 3 Giugno 2011: “I 23 elementi dell’istallazione di Francesca Loprieno indicano la donna quale feticcio, icona-merce bendata da indumenti e oggetti venali da cui non riesce a liberarsi”.

«Nell’ opera,l’artista raccoglie le immagini di 17 donne ritratte in dittici che contengono la posa di fronte e di profilo dei mezzi busti (come nelle foto delle persone schedate). La parola scritta staccata ci riconduce ad un immaginario “kit d'identità” di oggetti legati all’universo femminile. Oggetti e indumenti utilizzati dalla giovane artista per coprire gli occhi delle donne raffigurate. Ognuna delle figure ha gli occhi coperti, al contrario della donna islamica che generalmente è tutta coperta, tranne lo sguardo. Gli elementi usati per bendare i soggetti femminili della Loprieno sono indumenti dai quali la donna non può facilmente separarsi, che la chiudono in un mondo fatto di gesti convenzionali e ripetitivi, alienanti e consumistici. Mondo che, per quanto possa apparire libero, non lo è affatto. In maniera fortemente simbolica, le calze, la cintura, il guanto da cucina, la giarrettiera, il nastro, la maschera, la collana, il centimetro, il fazzoletto, il velo nuziale ecc. esprimono una femminilità segnata dalla similitudine sia nella realtà occidentale che in quella orientale» queste sono le parole del critico Maria Vinella.

Un altro motivo d'orgoglio per una città viva culturalmente come la nostra, di essere sbarcati anche alla Biennale di Venezia attraverso l'opera di Francesca Loprieno. Nell'incontro a Bari saranno presentati anche i progetti: Transizioni, In Bilico, Soi Même pourtant. Nella lunga sequenza fotografica “Transizioni” l’artista posiziona l’obiettivo su un punto fisso di una strada vuota e priva di ogni indicazione architettonica e cattura ogni mutazione di luce, ogni variazione percettiva, ogni cambiamento determinato dalla presenza umana. Piccole folle anonime (1, 2, più persone?) che vengono, che vanno, che attraversano obliquamente verso destra o verso sinistra, con tempi personali diversi (qualcuno corre, altri passeggiano, altri sostano ...), connotano lo spazio per più o meno brevi frazioni temporali. La velocità dello scatto è sufficiente, però, a segnare la trasformazione della città (Roma), trasformazione determinata dalla sola presenza umana. Questo basta alla ricerca di Loprieno, perché - come diceva Bukowski - “la gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto” dice sempre Maria Vinella.

Su In Bilico invece si espone Marilena di Tursi che commenta così il progetto vincitore del concorso all’Aliance Francaise in occasione del premio “j’ai 20 ans dans mon pays”.

«L’opera dal titolo In bilico si gioca su un lunghissimo filo rosso sospeso e spezzato, che impedisce ai due personaggi, lui e lei, di raggiungersi. Nello spazio vuoto, si manifestano la precarietà, l’instabilità, ma anche la ricerca d’equilibrio, le speranze di questa età. Uno sguardo poetico sulle relazioni umane, amorose, della nostra generazione».

A commentare invece "Soi même pourtant" è la stessa autrice tranese, Francesca Loprieno: «L’orgoglio, Il coraggio e la difesa dell’identità in ogni luogo e in ogni tempo. Questo sentimento è innato in ognuno. Ognuno si pone in una relazione con il mondo come un emigrante, o è specifico dell’essere emigrante come necessità di risposta ad un essere nel mondo preciso? Nasce da un esigenza da una paura provocata da una necessità dettata dall’estraneo o è proprio che siamo tutti estranei a noi stessi e dobbiamo porci in modo da poterci riconoscere?

La macchina nella quale ci troviamo emigrati produce qualcosa che ci alletta e ci respinge. Come ci inneschiamo su questa? Succhiamo ciò che desideriamo producendo qualcosa a nostra volta o ne veniamo esclusi perché in quel desiderio non possiamo entrare? E per questo che ci imponiamo al mondo come cellule distinguibili? Perché non siamo un unico corpo?».

 

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