La sua battaglia legale e morale l’ha vinta anche a Trani. Fatima, 25 anni, era arrivata dalla Nigeria in Italia con il sogno di un lavoro e quindi una vita migliore. Poi, come tante altre donne, straniere, era finita sulla strada a fare la prostituta.
A seguito di uno dei tanti interventi della forze dell’ordine, per lei la fuga in Italia pareva già finita: niente permesso di soggiorno e, invece, via alle procedure di rimpatrio. Il Tar di Basilicata, però, con una sentenza che pare non abbia precedenti, ha riconosciuto a Fatima il diritto a restare in Italia «per motivi di protezione sociale», riferisce “Il quotidiano di Basilicata”. «E non importa – riferisce Sara Lorusso citando i giudici -, che la collaborazione della donna non sia stata utile a sgominare una banda di sfruttatori. Non si può applicare lo stesso principio di “premialità” che vale per i pentiti di mafia. Per il solo fatto di essere stata una vittima, il Tar ha concesso a Fatima quel permesso che lo Stato, in un primo momento, le aveva negato».
Dalla Nigeria, Fatima era stata “condotta” in Libia con la promessa di un impiego. Capisce che sarà sfruttata, si ribella e parte per l’Italia, giungendo a Lampedusa. Da qui, in Calabria, sarà nuovamente costretta a prostituirsi in cambio di un pasto caldo e di un letto per dormire. Una donna italiana l’aiuta e la conduce in una casa famiglia a Rossano. Da lì giungerà prima in un centro di accoglienza nel potentino (dove denuncia i suoi sfruttatori), poi a Trani, presso una comunità gestita da una cooperativa della nostra città.
Proprio a Trani «Fatima comincia un percorso di sostegno psicologico – riferisce il Quotidiano -, segue laboratori, corsi di lingua, si dà da fare, si integra perfettamente. Chiede così il permesso di soggiorno alla Questura di Potenza, perché è lì che aveva sporto denuncia; ma la richiesta viene respinta. Da Trani, Fatima fa ricorso. E il Tar le dà ragione: il permesso di soggiorno per finalità sociali «non ha valore premiale di un contributo dato al corso delle indagini di polizia giudiziaria, perseguite in sede penale». Piuttosto, il fine è dare «immediata protezione ad una parte considerata debole», per potersi sottrarre «alla violenza ed ai condizionamenti di organizzazioni criminali, e partecipare ad un programma di integrazione sociale».
