Mi interessa replicare al Dott. Vincenzo Ferreri di SEL esclusivamente sulla parte che riguarda la frase “Vae Victis”.
Essa fu attribuita a Brenno, capo dei Galli, dallo storico Livio per impiantarci l’episodio (o piuttosto il “fatterello” di dubbia veridicità) del peso della spada del vincitore sul piatto della bilancia che bisognava pareggiare con l’ oro dopo la sconfitta di Roma.
Il tutto per significare che le condizioni di resa le dettano esclusivamente i vincitori sulla base della sola forza delle armi.
Concetto tradizionalmente applicato dagli stessi Romani nelle loro vicende dell’Impero davvero poco inclini alla trattativa sia prima e soprattutto dopo l’uso della forza (Carthago delenda est !).
Ora, al di là della banalissima considerazione che fosse abbastanza difficile che una frase latina potesse essere pronunciata da un barbaro, è abbastanza evidente che gli storici dell’epoca di Livio (quasi 400 anni prima di Cristo) ricorressero al racconto di episodi aneddotici per illustrare tesi da sostenere o da rigettare nella “coscienza” della Roma antica.
La frase dunque è, dal mio punto di vista, pienamente ascrivibile ai Romani, come concetto, ovviamente.
Se uno prende in considerazione il “fatterello” è giusto dire che la frase è di Brenno ma a questo punto dobbiamo veramente credere che furono le oche del Campidoglio a salvare Roma in un primo momento dello stesso assedio o che ci fu una specie di partita tra le nazionali degli Orazi e dei Curiazi per dirimere la questione tra Roma e Albalonga che invece, nella realtà storica, furono protagoniste di una guerra molto cruenta.
Giuseppe Tarantini - Sindaco di Trani
