(Asca) Stephan Schmideiny e Jean Louis de Cartier de Marchienne sono colpevoli. Il magnate svizzero Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Jean Louis de Cartier de Marchienne, 91 anni, sono stati condannati a 16 anni di reclusione. Lo ha stabilito il tribunale di Torino che ha pronunciato la sentenza nei confronti dei due titolari dell’Eternit in Italia accusati di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche.
Per i due imputati il pm Raffaele Guariniello aveva richiesto una condanna a 12 anni, aumentati a 20 a causa della continuazione del reato. Il presidente della prima sezione penale del tribunale, Giuseppe Casalbore, ha anche dichiarato estinti per prescrizione i reati commessi negli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).
Tra i risarcimenti disposti per le parti civili spiccano i 15 milioni destinati all’Inail, i 4 milioni per il comune di Camagnolo, mentre sono stati disposti risarcimenti mediamente di 100 mila euro alle associazioni sindacali locali regionali e anche alla Cgil nazionale. Il giudice ha anche disposto un risarcimento di 70 mila euro per l’associazione medicina democratica e per il Wwf, e di 100mila euro per l’associazione nazionale esposti amianto.
Il processo a Torino riguarda il periodo in cui l’Eternit ha prodotto amianto nella Penisola, dal 1966 al suo fallimento nel 1986, nei quattro stabilimenti di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino) Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Ma le conseguenze della tragedia provocate dalla multinazionale svizzera si continuano a sentire ancora oggi al ritmo di 50 morti l’anno, come denuncia l’associazione dei familiari vittime dell’amianto. E nel mondo la produzione prosegue al livello di 2 milioni di tonnellate l’anno, soprattutto in Paesi come l’Ucraina, Russia, India, Egitto, Thailandia, Cina e Brasile.
Uno dei primi a commentare la notizia è stato il governatore della Puglia Nichi Vendola: "La sentenza del processo Eternit pronunciata oggi dal tribunale di Torino ha qualcosa di storico e decisivo, non solo perché si è trattato del più grande processo penale in Italia e nel mondo per le morti d'amianto, ma perché rappresenta finalmente un punto fermo di una battaglia che iniziata sindacalmente è divenuta coscienza civile".
