All’improvviso, ed alla vigilia del Natale, scoppia la grana della casa di riposo Vittorio Emanuele II, a breve interessata da indifferibili lavori di adeguamento dello stabile, un monastero ottocentesco che mostra, e non da oggi, i limiti del tempo.
Lo scenario è il seguente: dieci ospiti, stamani, lasciano la sede per trasferirsi a Casa Alberta, in quel di Corato; altri quattro restano in una sorta di terra di nessuno; il personale (sei unità), a sua volta, si ferma ed entra in stato di agitazione; il presidente, Carmela Craca, si schiera al fianco dei dipendenti; il sindaco, Gigi Riserbato, rassicura tutti.
Procediamo per gradi. Il trasferimento era noto da tempo, ma si era a conoscenza di altre possibili destinazioni, segnatamente reparti degli ospedali di Trani o Spinazzola. Invece, spunta Corato, struttura d’eccellenza, ma privata, e questo trasferimento tanto improvviso, quanto parziale: «Il Comune ci ha notificato – spiega il presidente - un elenco di dieci ospiti, le cui rette sono in carico soltanto al Comune di Trani. Gli altri quattro sono in carico uno al Comune di Bisceglie, gli altri non hanno diritto all'integrazione della retta. Quindi, sulla pelle delle persone, si sta attuando un trasferimento che non appare legittimo, perché andava fatto per tutti insieme».
Quanto ai dipendenti, «ci siamo sempre battuti per non separare gli ospiti dal nostro personale – sottolinea Craca -, che negli anni è diventato il loro vero punto di riferimento. Non averli più con sé rappresenterà per gli ospiti un trauma, ma anche per gli stessi dipendenti si profila un futuro non chiaro: mi sarei aspettata un tavolo di concertazione, almeno un minimo di collaborazione per la loro ricollocazione, ed invece nulla. A questo punto, il Comune ci dica se vuole realmente mantenere in vita questa casa di risposo, storico fiore all’occhiello della città, ovvero chiuderla».
