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«Cava dei veleni» un anno dopo, il rischio per Trani corre sempre lungo la falda

Prima che gli organi istituzionali localizzassero il sito, lo scorso 9 giugno, dalla “cava dei veleni” si erano già diffuse esalazioni nauseabonde verso l'intero territorio comunale per cinque notti consecutive.

Bruciando un'enorme quantità di rifiuti per almeno una settimana, si determinò la diffusione di diossine oltre i limiti nelle aree immediatamente adiacenti il sito. In città, invece, secondo i dati rilasciati dall’Arpa, i valori delle stesse diossine e degli idrocarburi policiclici aromatici rimasero nei limiti e, quindi, non erano da considerarsi tossici.

«Ma il problema non si ferma all'incendio spento, bensì alle conseguenze sulla falda acquifera del percolato disperso in cava. Le maggiori infezioni, infatti, si producono non per via inalatoria, ma per ingerimento, ed i rischi di neoplasie si legano proprio all'ingerimento di metalli pesanti che si sono mescolati alle acque».

Così il dottor Giuseppe Tarantini, capo struttura del reparto di Ematologia dell'ospedale Dimiccoli di Barletta (nonché ex sindaco di Trani), nel corso di un dibattito tenutosi in quei giorni intorno alla «cava dei veleni».

Il sito, situato in un vasto appezzamento di terreno dell’agro di Trani, fra le strade provinciali 13 e 168, nei primi giorni di giugno fu oggetto di un incendio molto vasto. Le fiamme riguardarono un fronte della cava, alto fino a 20 metri, lungo il quale erano stati illecitamente stoccati, per un tempo lungo e non meglio precisato, almeno 25mila metri cubi di rifiuti solidi urbani. 


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