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Boccadoro, oasi di Trani dimenticata. Nuovo grido d'allarme per salvare un patrimonio inestimabile

Dimenticata e degradata, preoccupa fortemente lo stato della vasca di Boccadoro e dell’intera area circostante. Siamo in territorio di Trani, a breve distanza dal confine con Barletta, in un’area umida di notevole interesse storico, architettonico paesaggistico e naturalistico.

«L’area si trova in prossimità del mare – fa sapere l’ingegner Rita Reggio, che si sta facendo carico di riaccendere i riflettori sul luogo -, dal quale è separata da dune sabbiose, e non distante dalla zona umida di Ariscianne, ubicata in territorio di Barletta. L’edificazione della vasca risale all’anno 1826 e rientra in un ambizioso progetto di realizzazione di un acquedotto che avrebbe dovuto canalizzare le acque sorgive, presenti nella zona Boccadoro e Curatoio, portandole fino alla città di Trani. Dopo varie vicissitudini, il progetto venne accantonato e rimase la sola vasca di raccolta denominata, appunto, vasca di Boccadoro, realizzata in pietra a bozze rilevate, con i canali ad essa collegati».

L’importanza ecologica scaturisce dalla presenza di numerose specie animali e vegetali tipiche delle aree umide: infatti, nell’area transitano o sono presenti falco pellegrino, passero mattugia, cardellino, luccherino, corvo, gallinella d'acqua, alcune specie di svasso. Sorgenti, vasche, canali di drenaggio a cielo aperto, sentieri, canneti, fascia costiera sabbiosa, presenti nella zona Boccadoro-Ariscianne, costituiscono un unicum ambientale meritevole di valorizzazione e riqualificazione.

Le aree hanno subito, in differenti fasi temporali, alcune bonifiche che ne hanno, parzialmente, modificato gli ambienti naturali. In particolare, come ha ripetutamente riferito e documentato il circolo di Trani di Legambiente per tutti questi anni, «in detta porzione di territorio insistono numerosi canali di drenaggio frutto delle bonifiche succedutesi in epoca storica. I canali di drenaggio della bonifica rappresentano le aree di raccolta della falda carsica, che in questa zona emerge fino al livello del mare. Le portate idriche delle sorgenti e dei canali garantiscono un equilibrato habitat palustre costituito da sorgenti, canali, vasche e canneti, senza dimenticare che la zona è attraversata dalla parte terminale di un’importante lama delle Murge settentrionali denominata “Camaggio”».

Dicevamo della costruzione della vasca. Come riferisce Benedetto Ronchi nel suo libro “Un progetto d’impianto idrico a Trani tra Sette e Ottocento”, i lavori iniziarono il 21 settembre 1825 e terminarono nel settembre 1826». L’area è tutelata nell’ambito del Piano territoriale pugliese e classificata come “area umida”. Nello steso luogo è presente un importante Sic marino, denominato “Posidonieto San Vito-Barletta”, perché qi è stata rilevata la presenza di Posidonia oceanica, unica colonia in tutto l’Adriatico oltre a quella segnalata nella baia di Muggia, a Trieste. E l’intera area è stata oggetto di un ampio studio storico-archeologico-naturalistico, eseguito dall’Università degli studi e dalla Soprintendenza di Bari. Ma il lavoro scientifico risale, ormai, al 1999, mentre il geologo tranese Franesco Bartucci, insieme con il collega Domenico Milano, già nel 1993 aveva redatto uno studio naturalistico e conseguente, formale «Proposta per la rivalutazione ambientale e creazione di un parco nella fascia costiera tra le città di Trani e Barletta».

Allo stato attuale, però, sia la vasca, sia l’area circostante si presentano in forte stato di degrado e di abbandono.


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