È la classica notizia che avremmo potuto non dare, anzi che molto spesso i lettori criticano perché si darebbe anteponendola a tanti problemi, oggettivamente più importanti, della città. Ma un orologio fermo, segnatamente quello sulla facciata della stazione ferroviaria di Trani, a ben guardare appare la perfetta metafora di una trascuratezza che si trascina da anni.
Quelle lancette, paralizzate da giorni a cinque minuti da mezzogiorno (o mezzanotte), sembrano rappresentare il volto nuovo e purtroppo molto, troppo lontano, dai tempi in cui anche la stazione di Trani era perfettamente presidiata dai suoi operatori e nulla veniva lasciato al caso.
Per chi ha visto La stazione, del 1990, proiettato recentemente nell'area all'aperto di Trani, la figura di Domenico, il capostazione magistralmente interpretato da Sergio Rubini, appare proprio la perfetta rappresentazione di quel mondo che ormai non c'è più: prendersi cura del posto di lavoro come fosse la cosa più cara che si abbia al mondo.
Per la verità, un tempo anche davanti alla stazione lo scenario era completamente diverso, con quelle due rigogliose aiuole e le palme che sormontavano piazza XX Settembre: oggi, invece, un disastroso parcheggio interrato, costato tanto alla collettività, mai aperto e già diventato rudere, ha stravolto anche quella che, prima, era una bellissima cartolina della città.
Ma pure lo scalo ferroviario non è più lo stesso e pare, sempre più frequentemente, una terra di nessuno in cui soltanto il suono della campanella è rimasto uguale nel tempo, ma le voci registrate degli altoparlanti superano di gran lunga quelle umane di dipendenti che non ci sono più, rimpiazzati dai senza fissa dimora delle sale d'attesa o del vicino scalo merci.
Probabilmente nessuno, fra i responsabili di Rete ferroviaria italiana, si sarà ancora accorto di quelle lancette ferme, puntate su un piccolo disservizio in un mare di grandi, troppi cambiamenti. Quasi sempre in peggio.


