La dolorosa morte di Paola Clemente ha riacceso recentemente, anche e soprattutto attraverso l'inchiesta giudiziaria che ne è seguita, i riflettori sul fenomeno del lavoro nei campi e, molto spesso, del caporalato.
Una tendenza che, negli ultimi anni, ha riguardato soprattutto lavoratori extracomunitari, sfruttati per quattro soldi da soggetti senza scrupoli. Ciononostante, la piaga si è estesa anche a molti altri cittadini, provenienti da altre terre.
Tanto che uno spettacolo teatrale (in programma questa sera, giovedì 10 novembre, alle 21, allo Spazio on, in via Papa Giovanni XIII), tenderà a fare luce, attraverso le emozioni della recitazione, sul caso che riguardò 119 polacchi scomparsi nel nulla nei campi pugliesi fra il 2000 ed il 2006, braccianti che furono letteralmente schiavizzati: molti di loro sparirono o furono trovati morti in circostanze inspiegabili.
Storie poco chiare, e che crearono non pochi incidenti diplomatici con Varsavia. In difesa di quelle persone, fra gli altri, anche un provvedimento di un magistrato tranese, Antonio Lovecchio, in qualità di Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Bari.
La sua sentenza, datata 22 febbraio 2008, fu definita storica e attenuò la fame di giustizia delle famiglie dei desaparecidos dell'est.
Infatti, al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato, Janusz Niedzwiadek, Krzysztof Owczarek, Mariusz Poleszak detto «il Cane», Petro Murmylo e Mohamed Habbeche furono condannati a dieci anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù di centinaia di braccianti stranieri impiegati nel Tavoliere.
I primi tre sono polacchi, il quarto ucraino, il quinto algerino. Sono tra i più spietati e potenti caporali che hanno operato nel nord della Puglia, tra Foggia e a Cerignola, facendosi largo tra i caporali locali gestendo a piacimento ogni stagione agricola, soprattutto l raccolte del pomodoro.
Nel fascicolo d'inchiesta dei pubblici ministeri, Lorenzo Lerario e Giovanni Colangelo, finirono non solo le denunce dei braccianti, ma anche le dichiarazioni di Andrzej Wnuk, ex-braccio destro di Habbeche, primo caporale straniero a diventare collaboratore di giustizia.
Le sue testimonianze permisero la ricostruzione delle gerarchie e relazioni criminali del nuovo caporalato dal suo interno. Ma ci fu pure dell'altro: infatti, anche la fuga e denuncia di alcuni studenti concorse a svelare la fitta rete criminale che teneva in condizione di schiavitù i lavoratori.
Peraltro, nonostante le sentenze, lo sfruttamento dei lavoratori è ancora dominante in Puglia. Pertanto, a maggior ragione, lo spettacolo in scena questa sera a Trani, liberamente ispirato al dramma polacco nella Daunia, diventa quanto mai attuale e coinvolgente.
Il titolo è «Paradise», di Valeria Simone, regia di Marialuisa Longo, con Elisabetta Aloia e Lucia Zotti, prodotto dall’associazione culturale "Acasa" con il sostegno di "Officina degli esordi", Teatro Kismet , Teatro comunale di Ruvo di Puglia. Il testo dello spettacolo è finalista al premio di drammaturgia «Donne a teatro 2016».
La protagonista della storia, Krystyna, finita dentro l’ingranaggio del caporalato, scopre e condivide con il pubblico i limiti della condizione umana.



