Ci ha messo 45 minuti per sbloccarsi dal punto di vista della comunicazione con il pubblico quando, dalla sua bocca, è uscito il primo «grazie a tutti». Ma Raphael Gualazzi, alla fine, è rimasto per almeno altri 15, minuti, a firmare autografi e scattare selfie con il pubblico, il suo pubblico.
In altre parole, ha ringraziato con i fatti, dopo avere speso, in chiusura di concerto, parole di elogio per una Trani che ha definito «stupenda e dal panorama mozzafiato», forse perché magari gli sarà stato concesso di vederla dall'alto, anche per solo qualche istante.
Così va in archivio la seconda edizione di Fuori museo, a cura della Fondazione Seca, con il concerto di un grande musicista, prima, e di un ragazzo apparentemente timido, ma forse fin troppo smaliziato, poi, che gioca con la musica e, magari, anche con gli spettatori, guasconeggiando.
Gualazzi entra puntualmente in palcoscenico alle 21.30 e sfodera alcuni pezzi in lingua inglese prima di fare partire le note de «La fine del mondo», il gran successo dell'estate in corso. L'arrangiamento è ben diverso dalla versione che conosciamo e sembra un samba che ne esalta le sonorità.
Gualazzi non si leva dal pianoforte e parla solo con la musica, a parte un cenno di ringraziamento al suo batterista. L'unica sua esigenza è suonare e cantare, dando molto spazio alle improvvisazioni anche perché accompagnato da una band di altissimo livello tecnico. Lui si diverte tra falsetti e vocalizzi per fare scaldare la piazza, costretta ogni tanto a scrutare anche il cielo che, a tratti, lascia cadere qualche goccia di pioggia.
Arriva l'altrettanto popolare «Mondello beach», anch'essa tratta da «Love life peace», il nuovo album dell'artista che dà anche il titolo al concerto portato a Trani. «L'estate di John Wayne», che è l'altro suo grandissimo pezzo di impatto, giunge più avanti con un'apertura intimista ed acustica, prima di lasciare spazio alle sonorità piene del suo pezzo in assoluto più facile da ricordare e cantare».
Gualazzi gioca molto sulle ispirazioni dei suoi pezzi, ed egli stesso riconosce che alcuni di questi potrebbero attingere alla storia della musica, come anche noi avevamo osservato ieri. Le assonanze con il passato non mancano e, così, sfodera un medley per dimostrare che, nella storia della musica, ci sono tantissimi pezzi che iniziano sempre con la stessa sequenza di accordi. Ed in questa sua ricostruzione storica ci sono musicisti «famosissimi», probabilmente solo per lui, ed altri effettivamente noti a tutti, come Ray Charles di «Hit the road Jack».
La pioggia, ad un certo punto, si fa più insistente e costringe molti spettatori ad aprire gli ombrelli, mentre altri lasciano per trovare riparo all'ombra di qualche balcone o cornicione. Gualazzi, che non ha di questi problemi perché adeguatamente coperto sul palco, si lascia invece andare, senza citarla, ad uno splendido omaggio ad Etta James, con un «At last» tutto piano ed emozioni.
Da lì a poco, la bella idea di chiudere apparentemente il concerto, con la band che suona scendendo dal palco ma continua a fare ascoltare, in sordina, una musica che evidentemente è il preludio all'acclamato ritorno in scena per il bis. E, anche in questo caso, l'ispirazione viene dal passato, dal mitico «In the mood» di Glenn Miller.
E così «Follia d'amore», il pezzo che fece conoscere Gualazzi a tutti, a Sanremo 2011, chiude il concerto ed apre il bagno di autografi e fotografie ricordo. Il «falso timido» scende fra la gente e Fuori museo si chiude con la piena condivisione: artista e spettatori insieme, sorridenti, uniti senza barriere.
Il bilancio finale è di quattro grandi concerti, emozioni e, se vogliamo, anche nuove attese: «Fuori museo 3», ne siamo certi, non tarderà a manifestarsi anche la prossima estate.









