Che l’ironia sia una delle armi più raffinate, taglienti, seduttive, della scrittura di Stefano Benni, lo sanno bene i suoi lettori. Per questo, nessuno stupore per loro quando, alla fine dell’incontro “Il minotauro e Elvis Presley”, ne “I dialoghi di Trani”, a palazzo Beltrani, intervistato da Stefano Bucci, Benni dice: «L'ironia è un medicamento contro la paura».
Un titolo particolare, quello scelto in questo incontro con l’autore: «Il Minotauro e Elvis Presley sono due miti, uno antico e uno moderno, e sono collegati al concetto di paura. Uno, il Minotauro, spaventa perché si trova in un labirinto (e il labirinto stesso è la paura, perché è la paura di perdersi prima di essersi persi); l’altro, Elvis Presley, è il simbolo della paura. Nove anni dopo l’apice del successo, ha paura di tutto. Si suicida mangiando di tutto. Il suo è un mito che fa una bruttissima fine in poco tempo».
«Quali sono le sue paure?» chiede Bucci a Stefano Benni. «Quando ero bambino, avevo paura del buio. Oggi, la paura più grande che ho è che soffrano le persone alle quali voglio bene. Ma la paura è necessaria, perché è una difesa, non è per forza un sentire in negativo».
Quante volte, infatti, è la nostra paura uno sprone per superare il limite? «La paura è una delle armi della politica e in particolare, oggi, del populismo. Ai tempi del Medioevo si è usata per disporre totalmente della vita dei sudditi, adesso i sudditi vengono arruolati nella paura, c'è una cooptazione».
Per Benni, «bisogna distinguere tra la paura utile, appunto quella che fa da sprone, da quella inutile, immotivata».
Bucci ha spesso fatto riferimento a un libro di Benni, “Cari mostri”, in cui lo scrittore sfida il racconto di genere e apre la porta dell’orrore, naturalmente attingendo all’ironico e al comico.
Federica G. Porcelli


