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Branà (M5s): «A Trani ancora tanto Reddito di cittadinanza e niente progetti per fare lavorare chi lo percepisce»

Proprio qualche giorno fa Facebook ricordava che esattamente un anno fa abbiamo richiesto al dirigente Attolico del Comune di Trani di poter avviare i Progetti di Utilità Collettiva (Puc) per i beneficiari del Reddito di Cittadinanza affinché fossero impegnati per 8 ore settimanali nello svolgimento di attività a beneficio della città e dei cittadini.

Già un anno fa il dirigente comunale aveva assicurato che a novembre del 2020 sarebbero partiti i progetti e avremmo così avuto maggiori controlli per le strade, d’avanti alle scuole, nelle spiagge, durante i periodi in cui la Puglia era in zona rossa o arancione, avremmo avuto beneficiari del reddito impegnati nella sorveglianza per evitare atti di vandalismo, o nello svolgere mansioni amministrative o ancora nel ripulire strade, spiagge e piazze. Ma questo avviene solo in alcune città e invece a Trani e Bisceglie, la politica, i dirigenti e l’assessore hanno scelto di non impegnarsi nel far partire i Puc.  

Non basta sapere che Trani è tra i comuni della Bat con il maggior numero di percettori del Reddito di cittadinanza in rapporto al numero di abitanti.

Non sono bastati gli esempi virtuosi di altri comuni pugliesi che insieme ai comuni campani sono quelli che hanno avviato il maggior numero di Puc rispetto alle altre regioni italiane.

Non sono bastate le numerose istanze provenienti dai commercianti, dai cittadini, dai genitori, di avere una città vivibile, sicura, pulita.

Non è bastato avere la prova, che i cittadini impegnati per otto ore lavorative settimanali in progetti di Utilità pubblica,  è difficile che possano svolgere altre attività lavorative non regolari e che inoltre dai controlli incrociati tra i dati di residenza dei beneficiari e le autodichiarazioni presentate all’Inps o ai Caf spesso vengono fuori situazioni di soggetti che non dovrebbero percepire il reddito di cittadinanza.

Non basta fare un semplice ragionamento e dedurre che i beneficiari del reddito impegnati nei Puc potrebbero costituire un risparmio nelle casse comunali in quanto potrebbero svolgere alcuni servizi che oggi vengono affidati a pagamento o in appalto a cooperative o ad associazioni.

Forse, ma speriamo di no, non basterà sapere per convincere chi amministra la città di Trani che è stata proposta una riforma, al fine di migliorare il reddito di cittadinanza, che prevede il blocco di fondi a favore dei comuni che non attivano i Puc.

Tutti questi elementi che dovrebbero sollecitare ad avviare i Puc, poco hanno inciso al fine di convincere i nostri “bravi” amministratori.

A questo punto la domanda viene spontanea: “Cui prodest”? “A chi giova?”. 

Forse potrebbero emergere i beneficiari del reddito che non hanno i requisiti?

Forse alcuni di questi sarebbero costretti ad interrompere i lavori non regolari?

Non crediamo che il mancato avvio dipenda da un mero calcolo elettorale, ma a distanza di un anno dal nostro colloquio non riusciamo ancora a comprendere quale sia la vera motivazione che ad oggi non ha consentito da parte dei Comune di Trani l’avvio dei Puc.

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