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Processo discarica, il Comune di Trani chiede un milione di risarcimento agli eventuali condannati

Un milione di risarcimento del danno da parte degli eventuali condannati: è quanto ha chiesto l'avvocato Bepi Maralfa, difensore del Comune di Trani, costituito parte civile nel processo tuttora in corso in merito al presunto disastro ambientale a seguito del quale la discarica di Trani fu chiusa il 5 settembre 2004. La richiesta del difensore di Palazzo di città si articola sommando due voci di pari importo, una delle quali a titolo di provvisionale.

La somma si determina, secondo quanto spiegato dal legale, frazionando il danno contestato in tre parti: patrimoniale; morale per i cittadini; di immagine e da discredito per la pubblica amministrazione. Quello patrimoniale si è sostanziato soprattutto negli alti costi sostenuti dal Comune di Trani, con fondi del proprio bilancio e quindi a spese dei cittadini, per la prima messa in sicurezza e gestione provvisoria della discarica dopo la sospensione dell'attività e la conseguente chiusura con ordinanza emanata dal sindaco, Amedeo Bottaro. Fra le spese più ingenti, il continuo emungimento del percolato per evitarne la dispersione in falda ipotizzata nell'incidente all'origine dell'accusa di concorso in disastro ambientale. I successivi lavori di messa in sicurezza in emergenza e chiusura dei tre lotti, tuttora in corso, sono stati invece finanziati dalla Regione Puglia.

Nell'udienza di ieri del processo ha discusso anche il legale di Amiu, quale responsabile civile ed oggetto di una richiesta di sanzione pecuniaria proposta dalla pubblica accusa pari a 200.000 euro. Inoltre, i difensori di alcuni degli imputati per i quali è stata chiesta l'assoluzione. Gli interventi proseguiranno anche nelle successive udienze, già fissate per il 26 ottobre e il 9 novembre. A breve, quindi, toccherà ai difensori degli imputati per i quali è stata chiesta una condanna a seguito della requisitoria che il Pubblico ministero, Francesco Tosto, ha tenuto lo scorso 12 ottobre.

Come già riferito all'indomani di quella udienza, la massima richiesta di condanna è stata di 3 anni, la minima di 1. Nove gli imputati per cui è stata chiesta una condanna, sei coloro per i quali è stata proposta l'assoluzione. Inoltre, molti non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Questi i reati contestati a vario titolo: disastro ambientale; omissione d’atti d'ufficio; gestione continuata di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione Aia ed emissioni in atmosfera non autorizzate.

Secondo la tesi dell'accusa, l'assenza di un impianto di captazione del biogas avrebbe determinato un eccesso di presenza del materiale all'interno della discarica, con la conseguenza di un'enorme pressione che determinava l'uscita di percolato senza controllo da alcune tubazioni, ma anche, e soprattutto, la spinta verso i bordi della discarica e quindi la concreta possibilità che sia stato proprio quello il motivo dell'incidente alla base della dispersione di percolato in falda che causò la chiusura della discarica il 4 settembre 2014. Per la pubblica accusa sarebbe stato concreto anche il rischio di un'esplosione.


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