«Se dovessi riassumere mio il libro in una parola, direi “emergere”. Non importa quanto profondo sia il mare: l’importante è risalire». Si è conclusa così, presso il Family Lab di via Caposele 60 a Trani, la presentazione del libro «L’età sommersa», scritto dal professor Saverio Abruzzese, psicologo e psicoterapeuta.
L’autore ha dialogato con Nico Aurora, direttore del «Giornale di Trani», e con l’avvocato Francesca Paparesta, in un incontro che ha offerto un confronto aperto sui temi della comunicazione, dell’ascolto e delle dinamiche relazionali nella coppia.
L’appuntamento rientrava tra le iniziative culturali promosse dal Family Lab, spazio dedicato alla crescita personale e familiare, e ha offerto spunti di riflessione su come le parole – e i silenzi – plasmino la qualità dei legami affettivi e la consapevolezza emotiva.
Nel romanzo, Abruzzese affronta il tema del trauma e della rinascita attraverso la storia di Marta, una donna segnata da un dolore sommerso che riaffiora dopo anni, sconvolgendo la sua vita e il suo matrimonio. «Non sono le persone forti che si salvano – spiega l’autore – ma quelle che vengono salvate dalle relazioni. La forza la trovi dentro di te, ma qualcuno deve aiutarti a tirarla fuori».
Tra i temi più delicati, il corpo come memoria del dolore e la sessualità come linguaggio dell’anima. «Una coppia che funziona, funziona anche a letto – afferma Abruzzese – perché l’intimità è il luogo dove ci si mette a nudo, non solo fisicamente ma emotivamente». Nel caso di Marta, il rifiuto del contatto fisico diventa una difesa inconscia: «Il corpo ricordava ciò che la mente aveva rimosso».
L’autore riflette anche sul peso dell’educazione sentimentale ricevuta, segnata dal pudore e dal senso di colpa. «Siamo cresciuti con un’educazione cattolica che ha colpevolizzato la sessualità – racconta –. Ti dovevi vergognare, coprire, nascondere. E questo ha lasciato ferite profonde». Secondo Abruzzese, «se non impari a parlare di corpo e desiderio, diventi un adulto che non sa comunicare».
Nel libro emerge anche la vulnerabilità del terapeuta. «Chi dice che non si coinvolge mente – ammette –. Ci sono notti in cui non si dorme, perché il dolore dell’altro ti resta addosso». La scrittura diventa allora una forma di cura: «Scrivere è come continuare la terapia, ma su carta».
Il finale del romanzo non è consolatorio ma liberatorio. «La famiglia resiste, la coppia resiste, ma ognuno trova la propria strada – racconta Abruzzese –. Marta diventa padrona di sé, non ha più bisogno di me. E questo è il vero successo».
Il titolo «L’età sommersa» racchiude il senso del viaggio di Marta e, simbolicamente, di chi affronta il proprio dolore.


