Accadde oggi: 28 ottobre 1951
Campionato 1951/1952
Lega Promozione
TRANI-MANDURIA 3-1
Arbitro: Magherino di San Severo
Reti: 43’ p.t. Avarone, 31’ s.t. Bellomo 32’ s.t. Goldoni (rigore), 35’ s.t. Emiliano
Note: al 15’ del p.t. “Spasino” in uno scontro di gioco si procura una lussazione al braccio ma, non essendovi sostituzioni, per non lasciare la propria squadra in dieci uomini decide di rimanere ugualmente in campo con una fasciatura rigida che gli immobilizza spalla e braccio (soltanto nella storica Italia-Germania 4-3 di Città del Messico Franz Beckembauer giocherà così davanti agli occhi di tutto il mondo, ndr).
TRANI: Fischietti, Piemontese, Corvasce; De Santis, Schiuma, Di Tondo; Emiliano, Bellomo, Avarone, Morello, Cosimo “Spasino” Losito
All. Ambrogio Alfonso
MANDURIA: Visco, Colucci, Cavedal; Pasin, Premi, Vitola; Minzera, Biavati, Goldoni, Berti, Domenicali
All. Amedeo Biavati
Quando in una partita di calcio vi sono argomenti come quelli che sto per raccontarvi, il resto, cioè la gara, passa inevitabilmente in secondo piano; perché la Storia siamo noi. Vi ho appena descritto nelle note di “Spasino”, che tra atroci sofferenze, nonostante una lussazione al braccio rimane in campo per non lasciare i suoi compagni al loro destino, ma c’è chi ha fatto anche molto di più. I più attempati dei nostri lettori ricorderanno sicuramente Amedeo Biavati, l’ “inventore” del famoso doppio passo, cui si ispirò a lungo il nostro Mimi’ Cosmano, ma…. a proposito, che ci fa Amedeo Biavati nel Manduria?
Amedeo Biavati (1915-1979) allenatore-giocatore del Manduria, per chi non lo sapesse non è stato un semplice calciatore italiano, è stato un mito del calcio italiano e del Bologna, squadra con la quale ha vinto ben quattro scudetti e colonna portante della nazionale di calcio italiana con la quale si è laureato campione del mondo nel 1938. Amedeo Biavati era un calciatore naïf, non attaccato al vil denaro, un esteta, un sognatore, aveva accettato di giocare ed allenare a Molfetta ed a Manduria perché doveva mantenere la famiglia, altrimenti vi avrebbe giocato anche gratis. Amedeo Biavati era un artista del calcio, ne era innamorata perfino gente del calibro di Pier Paolo Pasolini e Gianni Brera, non certo gli ultimi arrivati, i quali nei loro libri gli hanno dedicato appunto frasi poetiche in quanto Biavati era un sognatore, un visionario, un idealista. Bolognese, classe 1915, nel calcio italiano è rimasto famoso per il “doppio passo alla Biavati” una finta che ingannava tutti i difensori. Grazie alla sua notevole velocità riusciva a sfuggire agli avversari che tentavano di marcarlo. In nazionale esordì nei vittoriosi Mondiali del 1938. Indimenticabile la rete realizzata a Milano contro l'Inghilterra il 13 maggio 1939, quando riuscì a dribblare tutta la difesa, portiere compreso. Pasolini era tifoso del Bologna, che tremare il mondo fa, degli anni ’30 e come idolo aveva Biavati perché entrambi, a loro modo, nascondevano dietro la normalità una incredibile forza artistica, una grande empatia con chi li seguiva ed osservava. La vera differenza sta nel fatto che dell’ala di quel magico Bologna il mondo del calcio se ne è dimenticato troppo presto, anche nella stessa città emiliana, dove solo gli appassionati restano a raccontare le scorribande sulla fascia di quel Garrincha all’italiana. Eppure quel suo doppio passo fece innamorare il mondo, con quel movimento di gambe veloce ed ubriacante (si narra reso ancora più efficace dai piedi piatti del giocatore, il quale giocava con dei plantari appositi). Si può descrivere un’opera d’arte? Si, ma non si potrà mai trasmettere ciò che si prova nell’osservarla o nel leggerla. Gianni Brera ci provò a descrivere il doppio passo dell’esterno bolognese e questo fu il risultato: “la finta di iniziare il dribbling con il destro, l’incedere armonioso e sornione quando l’avversario ha pensato ormai al sinistro. E’ una finta elegante, con il difetto di non essere un gesto perentorio: ma proprio per la sua semplicità inganna l’avversario che sta per opporsi in tackle e vi rinuncia, insospettito da questa pausa: allora ne approfitta Biavati per partire e prendere vantaggio”. Il doppio passo alla Biavati passerà alla storia e diventerà un termine calcistico come la zona Cesarini o la iconica rovesciata di Carlo Parola. Biavati, cresciuto nel Bologna, prima di diventare protagonista di quella squadra, si fece un anno di prestito a Catania, senza infamia e senza lode. Il suo ritorno in Emilia lo vide prima mezzala di riserva e poi, grazie all’intuizione di un grande allenatore come Arpad Weisz, allenatore ungherese del Bologna, ala pura sulla fascia destra. Lì Biavati poté finalmente mostrare al mondo le sue abilità. Doppio passo e scatto veloce verso il fondo e poco prima della fine del campo cross deliziosi per i compagni Reguzzoni e Puricelli. Ma Amedeo non disdegnava la gloria personale, la firma sulla tela, ovvero i gol alla fine di azioni esaltanti nella loro rapidità e fluidità del movimento.
Giocò con i rossoblu oltre 200 partite realizzando più di 70 reti tra le stagioni 1935/1936 e 1946/1947. Eppure Biavati non era un talento precoce. Prima di diventare una stella del calcio italiano, ricoprì il ruolo di riserva, tanto che il primo dei suoi quattro scudetti vinti col Bologna lo vinse da panchinaro. Poi però l’intuizione di Weisz, come sempre in questi casi coadiuvata dal fato (l’infortunio dell’ala titolare Maini), permise a tutti gli appassionati di godersi questo fantastico calciatore.
Biavati ed il suo doppio passo raggiunsero la Nazionale nel 1938, l’anno dei Mondiali di Francia. La velocità dello stempiato ventitreenne di Bologna divenne l’arma preferita di Vittorio Pozzo per scardinare le difese avversarie e con la Nazionale Biavati collezionò diciotto presenze ed otto reti. Vinse sempre, tranne nella partita di addio contro l’Austria nel 1947. Proprio la maglia azzurra regalò ad Amedeo la gloria eterna del calcio mondiale perché fu con l’Italia che segnò il suo gol più bello, apoteosi della sua classe. 13 maggio 1939, Milano. San Siro è colmo di gente nonostante la pioggia battente che, instancabile cade dal cielo. L’Inghilterra, la Regina del football, è giunta in Italia per dare una lezione ai nuovi dominatori del calcio mondiale, i due volte Campioni del Mondo azzurri. Gli inglesi erano in vantaggio per un gol a zero, quando Biavati, nonostante la pioggia, divenne un soffio di vento sulla fascia destra. Prese palla a circa quaranta metri dalla porta avversaria e partì per una fuga storica. L’arcigno e fortissimo terzino dell’Arsenal Hapgood gli si fece incontro e Biavati lo saltò con leggiadria grazie al suo mitico doppio passo: una volta, due volte. Hapgood è saltato, è dietro. Il campo è aperto e Biavati elude anche l’intervento in extremis del portiere inglese e segna il gol del pareggio azzurro e quei pochi secondi di calcio sublime regalano ad Amedeo il riconoscimento unanime del mondo del calcio. Il terzino inglese, dopo il gol subito, va ad applaudirlo ed a stringergli la mano, un gesto che vale per l’ala emiliana più di un Pallone d’Oro. Se sul campo da gioco era un artista, fuori era una persona schietta e semplice, innamorato delle sue passioni. Una volta lasciata Bologna, tentò con poca fortuna l’avventura del calciatore-allenatore a Molfetta ed a Manduria, finì addirittura ad allenare in Libia, non volendosi staccare da quel pallone senza cui proprio non poteva vivere. Alla fine Bologna lo riaccolse, con il Comune che gli offrì un posto nelle politiche giovanili, per seguire i giovani nell’approccio al calcio. Se uno non era proprio portato, senza tante remore, Amedeo glielo diceva ma, allo stesso modo, se uno era forte lui se ne accorgeva senza tante difficoltà. Giacomo Bulgarelli lo scoprì lui e si può dire che di certo non sbagliò. Quello che non mancava mai era l’illuminante sorriso stampato in viso, che addolciva tutto, tant’è che gli fu proposto di girare un Carosello per un dentifricio, ma dopo averci pensato su, Biavati rifiutò: non voleva che i suoi ragazzini pensassero che faceva qualcosa per soldi. Strano il destino, probabilmente con quella pubblicità il suo volto sarebbe rimasto per sempre impresso nella memoria di tutti ed invece così di lui rimane soltanto un movimento elegante e di una bellezza stupefacente che tantissimi artisti del calcio, negli anni, hanno ripreso e fatto loro. Di lui, immortale, rimane soltanto un doppio passo. Ah, dimenticavo: eh la testa….il Trani nonostante fosse in “dieci” uomini per l’infortunio a “Spasino” ha battuto il Manduria per 3-1.
Carlo Del Negro
(foto: il portiere del Manduria Visco anticipa Morello in una parata a terra; Amedeo Biavati (ultimo in basso a destra) con alcuni calciatori del Manduria)


