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Il pizzino del 1901 e «L’infame legge», Trani esplora radici culturali e storiche della mafia pugliese

La biblioteca comunale «Giovanni Bovio» di Trani ha ospitato l’incontro pubblico dal titolo «Mafia: fenomeno culturale prima che organizzazione criminale – Trani 1890: primo processo alla picciotteria di Barletta ‘L’Infame Legge’». L’evento, promosso da Ministero della Cultura, Archivio di Stato e Comune di Trani, ha ripercorso le origini della malavita pugliese tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, attraverso la ricerca storica e la scoperta di documenti eccezionali.

Ad accogliere i partecipanti, dopo i saluti del vice sindaco Fabrizio Ferrante, in sostituzione del sindaco Bottaro, è intervenuta la prefetta di Barletta-Andria-Trani, Silvana D’Agostino, che ha animato il dibattito coinvolgendo attivamente gli studenti del liceo Francesco De Sanctis presenti in sala.

Al centro della discussione è stato il saggio L’infame legge. Storia della camorra in Puglia di Stefano De Carolis, carabiniere e ricercatore storico. Il volume, frutto di dieci anni di studio su oltre ottomila documenti, ricostruisce le origini della camorra pugliese e il primo grande processo celebrato proprio a Trani nel 1890 contro la «Società dei Picciotti di Barletta», concluso con 105 condanne.

Il primo «pizzino» e i codici cifrati

Uno degli argomenti centrali è stata la rivelazione del più antico «pizzino» della storia criminale italiana, un documento risalente al 1901 e oggi custodito presso l’Archivio di Stato di Bari. A redigerlo fu il capoclan barese Mauro Savino, detto «il Mauro», dal carcere. Per comunicare ordini all’esterno, Savino utilizzò un fazzoletto di cotone su cui scrisse un messaggio in codice, mascherato da «canzone popolare». Il documento, intercettato, riporta l’ordine: «Mi raccomando, porta fuori questo messaggio e ricordati che tutti devono saper cantare».

Gli studiosi ritengono che la chiave del codice risieda nelle parole seguite da puntini di sospensione. L’autore Stefano De Carolis ha inoltre evidenziato come, analizzando la grafia di Savino, la lettera «T» fosse particolarmente marcata, un tratto che, secondo una lettura «lombrosiana», denoterebbe l’abitudine all’uso di armi da taglio, strumento di potere del capoclan. Il reperto, mai arrivato a destinazione, anticipa di oltre un secolo la fama raggiunta dai foglietti di Bernardo Provenzano.

Lo storico processo di Trani

Il dibattito ha esplorato la tesi centrale del saggio, ovvero che la camorra pugliese fosse una forma arcaica di potere sociale e una risposta deviata al vuoto istituzionale e al degrado sociale, radicandosi nella miseria. Le fonti ottocentesche la definivano «piovra infesta», un sistema che imponeva la sua legge dove lo Stato era assente.

Il processo di Trani si basò sul ritrovamento dello statuto manoscritto della setta, intitolato «Legge», che descriveva regole e giuramenti di sangue. L’imputazione principale riguardava l’appartenenza a un’associazione per delinquere. Il rito d’affiliazione prevedeva il giuramento: «Giuro sul mio sangue e sulla mia vita di essere fedele alla società, con un piede alla catena e l’altro alla fossa».

De Carolis ha illustrato come i codici criminali si mescolassero con la cultura popolare: giochi come la «passatella» e la «morra» erano usati per imporre il dominio e la gerarchia criminale, mentre canti e ballate malavitose, come la «Canzone di Amelia la Disgraziata», divenivano veicoli di identità deviata. È stata anche richiamata la denuncia del deputato Francesco Alberto Pugliese, che nel 1891 rese pubblica la corruzione e la «camorra interna» nel carcere del Castello Svevo di Bari, definendo il penitenziario una «scuola di delinquenza».

A rendere più vivida la narrazione storica, la poetessa e scrittrice Maria Giuseppina Pagnotta ha curato la lettura di alcuni brani tratti dal saggio, consentendo al pubblico di immergersi direttamente nelle atmosfere e nei codici della malavita dell’epoca.

Tra i relatori sono intervenuti Renato Nitti, Procuratore della Repubblica di Trani, Adriano Buzzanca, Direttore dell’Archivio di Stato di Bari e Trani, Antonio Maria La Scala, avvocato penalista e vice presidente nazionale Anfi, e l'autore Stefano De Carolis. Il Procuratore Nitti, in particolare, ha sottolineato «l’importanza di studiare la dimensione storica e culturale del fenomeno, affermando che è fondamentale utilizzare la storia per comprendere le dinamiche criminali che continuano a riproporsi nel presente».


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