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Dal «Sogno di Angelica» al ricordo di Lomolino: Africa, chiamato Saverio neonato in struttura

Miracoli, emozioni e nuova vita

I volontari dell’associazione tranese «Il Sogno di Angelica» sono partiti per una nuova missione in Kenya, portando speranza, dedizione e cuore.

Spiega Luisa Tortosa, Presidente dell'associazione: «Dopo un lungo viaggio, noi volontari dell’associazione siamo arrivati nella struttura di Watamu, stanchi ma pieni di entusiasmo e determinazione. Il gruppo collabora con la clinica di maternità del Dottor Joseph, punto di riferimento per molte mamme e bambini, e con l’orfanotrofio locale, dove ogni sorriso diventa un seme d’amore che germoglia. Appena arrivati, i volontari erano pronti per la benedizione della sala parto ristrutturata, ma il Signore aveva in serbo qualcosa di straordinario: assistere alla nascita di due bambini. Intanto c'era questa ragazza che aveva difficoltà a partorire ed era nella sala dove noi abbiamo fatto i nostri interventi di miglioramento.

Arrivato il momento del parto: il bambino è nato in silenzio, senza piangere, senza alcun segno vitale. Il cordone ombelicale era avvolto attorno al suo collo. Il personale della clinica è intervenuto subito con una rianimazione manuale, utilizzando piccole pompette per ossigenarlo, mentre gli veniva applicato l’ossigeno al naso. In sala parto c’eravamo noi, io e Don Dino, a coccolarlo e a massaggiargli i piedini per stimolarlo, cercando in ogni modo di evocare un riflesso, un movimento, un piccolo segnale di vita.

Il bambino respirava a tratti, pochissimo: si vedeva il suo petto sollevarsi appena, un battito lieve, i polmoni che provavano a riempirsi d’aria con un ritmo incerto. L’emozione era fortissima. Nella sala travaglio erano presenti anche i familiari della mamma: mentre Don Dino sosteneva la giovane donna, io e la zia del piccolo ci siamo uniti a loro nella preghiera. La famiglia era cristiana, condividevamo la stessa fede, e insieme abbiamo invocato lo Spirito Santo, recitando il Padre Nostro con una speranza che ci teneva sospesi.

Piano piano, quasi impercettibilmente, il bambino ha iniziato a mostrare movimenti nuovi: un piccolo stiracchiamento, gli occhi che sembravano aprirsi e richiudersi, un accenno di vitalità che prima non c’era. Era come assistere a un risveglio. Intanto il dottore valutava la possibilità di trasferirlo a Malindi, dove avrebbero avuto un’incubatrice. Ma proprio in quel momento abbiamo compreso che forse il Signore ci aveva voluti lì per indicare una strada: la necessità, urgente e concreta, di acquistare un’incubatrice per la clinica del dottor Joseph, per evitare trasporti lunghi e rischiosi in condizioni di caldo estremo e mezzi di fortuna.

La mamma era esausta, preoccupata. Proprio in quel momento abbiamo capito un’altra cosa: serviva un ventilatore a muro per attenuare almeno un po’ il calore soffocante della sala parto.

Nulla avviene per caso; ogni attimo sembrava portarci un messaggio, un’indicazione precisa su come continuare ad aiutare.

Il dottor Joseph ci ha accolto con una gratitudine immensa. Ha ringraziato noi e soprattutto tutti coloro che, con le loro donazioni, permettono a questa clinica di andare avanti. Abbiamo portato medicinali grazie alla generosità di alcune farmacie di Trani: antibiotici, presidi essenziali, tutto consegnato direttamente alla clinica. Eppure il bisogno resta grande, enorme, e c’è ancora tanto lavoro da fare.

Mentre eravamo ancora in sala parto, un’altra giovane donna è stata portata d’urgenza in sala operatoria. Era pronta per il parto e, grazie all’intervento rapido del personale, il suo bambino è nato sano e forte. Ricordo ancora la bilancia posata a terra, la scena semplice e potente di una vita che comincia con il minimo indispensabile. Un’immagine che non si dimentica.

Tra emozioni, preoccupazioni e gratitudine, Don Dino ha chiesto alla mamma del primo bambino come volesse chiamarlo. Lei, con un sorriso timido, ha indicato proprio lui, come a voler dare al figlio il suo nome. Ma insieme abbiamo pensato a qualcosa di ancora più grande. E allora è nato Saverio.

Saverio, come quel giovane che amava il Sogno di Angelica. Quel ragazzo che, durante un incontro in parrocchia, aveva ascoltato la nostra storia e aveva confidato alla madre il desiderio di partire un giorno con noi, appena maggiorenne, per aiutare i bambini del Kenya. Voleva diventare medico. Voleva curare proprio quei piccoli che oggi noi teniamo tra le braccia. Sua madre, Valentina, me lo ha raccontato pochi giorni fa con gli occhi lucidi, chiedendomi di portare avanti quel sogno anche per lui.

E allora no, non è una coincidenza. È una Dio-incidenza, come mi è stato insegnato. E Dio ci ha voluti lì, in quel preciso istante, per essere testimoni e strumenti. Per mostrarci la strada da seguire, ancora una volta».

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