Negli spogliatoi post conquista coppa, Fabio Moscelli, tecnico del Trani, parte da un dato statistico che nel corso della stagione era diventato quasi un cruccio: «Ci siamo sempre lamentati dei gol sbagliati. Primo tempo: quattro gol su cinque tiri in porta, una percentuale di realizzazione dell'ottanta per cento. Se qualcuno ce lo avesse detto alla vigilia, non ci avrei creduto». Ma al di là dei numeri, è l'emozione a prevalere: «Ho sempre avuto grossa fiducia nella mia squadra e nei miei attaccanti, quindi prima o poi doveva succedere. A prescindere da questo, è stata un'emozione devastante, una prestazione devastante, una reazione soprattutto devastante. Questi ragazzi meritano un applauso devastante».
Sul piano della disciplina, Moscelli riconosce la maturità dei suoi: «La squadra ha dimostrato equilibrio. In casa, dopo aver subito il gol nei primi minuti e dopo tutti i torti patiti - a cominciare dal giocare una finale senza pubblico, che è un male per il calcio -, i ragazzi sono stati freddi e bravi. Li avevo detto di stare calmi, di pensare alla partita, perché mancavano ancora ottantacinque minuti. Sono stati così devastanti da chiudere la pratica in venti». Su Gernone, uno dei protagonisti: «È un ragazzo strepitoso, molto generoso. Dove lo metti e lo chiami in causa, lui si mette a disposizione. Ma ha una qualità particolare: la lettura del gioco, la tranquillità che trasmette alla squadra. È un giocatore di altra categoria».
E poi il doblete, conquistato senza che fosse scontato: «Nella partita di andata e nei centottanta minuti, in tanti ci davano per sconfitti, perché lo Squinzano è una squadra importante. Ho sentito tante cose che mi hanno dato solo una spinta in più, un orgoglio di battagliare. Siamo stati bravi a prepararla al meglio e credo che il Trani si sia meritato questa coppa». E sul campionato, che non si chiude qui: «Non rispetteremmo la nostra passione, il nostro lavoro e la città di Trani se non andassimo in campo per vincere. Quindi alla domenica ci andiamo per vincere». Poi, con un sorriso: «Però ora è ora di festeggiare».
Luciano Pace, presidente del Trani, ricorre alla poesia per raccontare una stagione che definisce un viaggio: «Voglio richiamare una lirica di Costantino Kavafis, quella che dice che nel viaggio troverai le esperienze più belle, le difficoltà, tutto il resto, ma che a volte l'importante non è la meta, è il viaggio stesso. È stato un viaggio fantastico, in cui dovevamo fare tante cose che nessuno pensava che avremmo fatto: lo scetticismo, la diffidenza, la distanza iniziale di una parte della città. Poi, pian piano, battaglia dopo battaglia, abbiamo visto oggi una piazza orgogliosa e fiera». Sul percorso della società, dalla stagione dei giocatori pagati con i buoni benzina agli attuali due trofei: «È stato un po' come quei rimbalzi che avvengono in borsa. Oggi le azioni del Trani salgono fortissimo, e salgono perché dietro c'è davvero buona fede. Siamo stati fortunati, soprattutto bravi».
Quanto alla partita disputata a porte chiuse, conseguenza del comportamento di pochi, Pace difende la tifoseria nella sua globalità: «Questa tifoseria è stata capace, in trasferte vietate come a Corato, di stare fuori dallo stadio in quattrocento persone, facendo un tifo impetuoso senza dar luogo mai a un disordine. Non ci sono stati mai problemi, mai multe. Io penso agli altri quattrocentonovanta, e per loro che dobbiamo fare calcio». E chiude con una battuta che vale più di un'analisi: «Dove non è arrivata la giustizia degli uomini, è arrivata quella del destino. Questa coppa ce la siamo guadagnata».
