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I Verdi ancora attaccati, questa volta da «Trani centro», non su «Lapietra», ma sulla... pietra

Gli anni '60 nella nostra Trani non vengono ricordati solo per la "dolce vita" ed il benessere generale che coinvolsero tutta la Nazione, ma anche per il boom che caratterizzò quel periodo nel settore lapideo.
Negli anni a venire Trani seppe conquistarsi un posto di rilievo nel comparto marmifero nazionale ed internazionale, tanto da diventare, dopo Carrara e Verona, il terzo polo produttivo a livello nazionale.
Nel territorio tranese si aprirono molte cave che fecero la fortuna di molti imprenditori e permisero alla nostra città di salire alla ribalta internazionale come "Città della pietra".
A distanza di quasi 40 anni questo è diventato solo un mero ricordo nella nostra memoria, poiché il settore marmifero tranese sta vivendo una crisi tremenda che sta già assumendo connotati drammatici sull'occupazione locale.
Non è soltanto la crisi economica mondiale responsabile di tutto ciò, bensì l'ormai cronica mancanza di materia prima.
Si continua a chiamarla pietra di Trani ma, da almeno un ventennio, questa pietra viene solo lavorata e rifinita a Trani, ma si tratta di materia prima prodotta in altre zone della Puglia, tra cui quella Garganica, dei bacini estrattiferi di Apricena, Poggio Imperiale e San Giovanni Rotondo, rappresenta praticamente almeno l'80% dell'intera produzione.
In agro di Trani, Corato, Andria, Ruvo, Canosa e Minervino insistono ancora solo poche cave attive la cui produzione è irrisoria rispetto alla domanda di materia prima, anche perché molte già lungamente sfruttate.
Un'altra percentuale deriva da materiali importati (Marocco, Albania, Croazia), ai quali si è dovuto ricorrere per tentare di avere un'alternativa all'egemonia dei produttori della Capitanata, ai quali gli operatori tranesi sono ormai costretti a rivolgersi per alimentare la loro necessità di produzione.
Questa dipendenza ha ovviamente creato un forte squilibrio nel rapporto tra offerta e domanda, laddove quest'ultima è diventata esponenziale, rispetto alla prima, a causa della penuria di produzione locale.
Sono anni che i produttori della Capitanata impongono, giustamente se visto in ottica commerciale, ai fabbricanti/commercianti tranesi la loro legge del "prendere o lasciare" !Verso tutto questo nessuno ha finora mostrato la minima intenzione di voler almeno tentare la risoluzione di questo gravissimo problema.
Qualche imprenditori tranese, tra i più coraggiosi, ha avuto l'iniziativa di tentare l'apertura di nuove cave, ma si è visto inesorabilmente attaccare dai Verdi, da ambientalisti vari e da tutti gli organismi posti in essere spesso solo ed esclusivamente a soffocare iniziative che, se ben supportate ed organizzate, potrebbero risolvere agevolmente le necessità di un comparto produttivo famoso ed apprezzato nel mondo.
Aprire una cava di pietra non significa deturpare il territorio; significa permettere lo sfruttamento di queste enormi ricchezze del ns. sottosuolo a vantaggio dell'economia locale.
Una volta esaurito il bacino estrattifero di quella cava, si tratterebbe di ripristinare lo stato iniziale riempiendo, con lo stesso materiale tolto inizialmente (terra), lo scavo creato per l'estrazione degli strati pregiati.
Quindi, non si comprende quali siano le motivazioni che inducono i vari ambientalisti a bloccare tali iniziative, considerando che l'estrazione della pietra non comporta alcun pericolo di inquinamento, poiché trattasi di operazioni "fisiche" condotte esclusivamente con mezzi meccanici.
Nelle zone di Carrara e Verona (giusto per citare le più rinomate) tutto ciò non accade; anzi in un certo senso accade il contrario o, quanto meno, non vengono poste in essere iniziative ostantive allo sfruttamento del suolo (Alpi toscane, giacimenti del famoso marmo di Carrara) o del sottosuolo (Trentino, Veneto, ecc).
Quindi questa nostra riflessione è rivolta alla speranza che gli amministratori comunali, provinciali e regionali si attivino affinché ci si sieda attorno ad un tavolo per discutere e trovare una soluzione esaustiva, atta a rilanciare un settore, fiore all'occhiello nonostante tutto, dell'economia locale.
Il pensiero corre subito a valutare quanti nuovi posti di lavoro tale iniziativa potrebbe garantire e quanti posti di lavoro, attualmente in serio pericolo, potrebbero essere mantenuti.
Gli ambientalisti, prima di sbandierare striscioni e bandiere, vadano a rendersi conto nelle segherie tranesi di quanto argomentato nella presente.
Vito PorcelliASSOCIAZIONE TRANI CENTRO


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