Quando frequentavo il liceo classico, la prof mi redarguiva ogni volta che tentavo di passare il compito in classe al compagno. Stavolta, anziché al vicino di banco, ho passato la versione a “Il Giornale”, ma una prof se n’è accorta e se l’è presa comunque. Forse io non ho perso il vecchio vizio. Forse, allora come oggi, “passare una versione” continua ad essere ritenuto sgradevole.
Il problema, però, è che non viene ritenuto inopportuno presentare una versione di latino sull’attualità, e in particolar modo su un personaggio politico. Viene accettato come ordinaria amministrazione che, in un testo latino, anziché di Giulio Cesare si parli di Berlusconi.
E’ questo che ho voluto denunciare con il mio pezzo su “Il Giornale”, cosa che mi imponeva il mio stesso mestiere, la mia etica professionale, sarei tentato di dire, il mio “dovere morale” in quanto giornalista. Molti avrebbero preferito che tacessi la vicenda. Io ho preferito parlare, perché il compito di informare è scopo e senso dell’esistenza stessa dei giornalisti e della carta stampata. Sottrarsi a questa funzione avrebbe significato non svolgere bene e a pieno il proprio lavoro. In quanto giornalista, credo di avere adempiuto al sacrosanto diritto/dovere di informare, così come i prof dovrebbero avere il sacrosanto diritto/dovere di formare i loro studenti. Se non lo fanno nella maniera adeguata, è giusto denunciarlo. Oppure dobbiamo ritenere “normale” che si proponga agli studenti un testo scritto in una lingua morta in cui si parla di Silvius?
Fedele a quello che mi imponeva il mestiere, e anche in obbedienza alla curiosità e alla capacità di “fiutare” la notizia, che deve avere chi lavora in questo campo, ho deciso di scrivere il pezzo.
Si è subito creato il caso. Ho ricevuto telefonate e messaggi di complimenti e di supporto, qualche chiamata di disapprovazione. Ho perso un paio di amici, ho guadagnato la stima di molte altre persone. La vicenda ha fatto subito il giro di alcune testate: l’ha riportata il Corriere del Mezzogiorno, la stessa Gazzetta del Mezzogiorno, l’Adn Kronos ha intervistato il preside e la prof, alcune televisioni locali si sono interessate del fatto, l’on. Carlucci ha fatto interrogazione al ministro Gelmini sull’accaduto. Insomma l’episodio ha fatto un po’ di rumore, fino ad arrivare al tg satirico “Striscia la notizia”, dove Iacchetti ha riportato con una battuta ironica la vicenda.
Esito non voluto dell’episodio, è stato anche il riaccendersi dei riflettori su questa lingua antica, che ogni tanto torna ad affacciarsi nella nostra quotidianità, e che continua ad abitare le nostre chiese, così come le nostre università. Il latino, infatti, non solo costituisce la base del lessico scientifico, ma è essenziale anche per chi affronta le discipline umanistiche. Ve lo dice uno che studia filosofia e sa che – fino al Settecento – tutti i più grandi pensatori dell’Occidente (da Cartesio a Leibniz, da S. Agostino a Vico) hanno scritto in latino.
Per questo, l’invito che do ai ragazzi è il seguente. Rivendicate il diritto di poter studiare bene il latino, e di studiare il latino vero, quello dei classici dell’antichità, quello degli autori che ne hanno fatto la lingua universale del passato. Non lasciatevi ingannare dalle sue sterili riproduzioni e dalle sue pallide copie. Imitazioni, o meglio, contraffazioni degne dei cinesi. Sarebbe come scrivere tra due millenni un testo di attualità nell’italiano di oggi e proporlo agli studenti di un liceo futuro. Ai più risulterebbe incomprensibile, ad una buona parte sembrerebbe buffo. In ogni caso non assolverebbe alla sua funzione, quella di far apprendere la lingua.
Per questo, studenti del liceo “Vecchi”, lasciate che anche il latino resti una lingua “vecchia”. Altrimenti rischiate di fargli un lifting e di mettergli un cerone in faccia, come fanno gli anziani che non vogliono invecchiare, ma risultano così ancora più ridicoli. Se Silvius si è rifatto il viso, non rifate il volto pure al latino.
Ave atque vale
Gianluca Veneziani
