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Perché sia davvero un «grande» Natale

Scrive S. Luca nel Vangelo ("Verbum salutis") che "... in quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto per il censimento di tutta la terra" (Lc 2, I). Occorreva fare il novero degli abitanti dell'Impero romano, onde effettuare il riordinamento amministrativo dello stato, e, perciò, Caius Iulius Caesar Octavianus (63 a.C. - 14 d.C.), depositario del titolo di Augusto da parte del Senato (27 a.C.), indisse il "primo censimento", che obbligava i sudditi a farsi iscrivere nella città d'origine, secondo un uso che, per altro, gli antichi documenti attestano, similmente alla Giudea, anche per l'Egitto (cfr. G. Milligan, "Selections from the Greek Papyri", Cambridge, 1910, pp. 72-73).

L'editto indusse Giuseppe (un artigiano, giusto e premuroso, "della casa e della famiglia di David") a lasciare Nazareth ed a recarsi con Maria (dolce fanciulla della stessa stirpe) a Bethlemme, luogo comune d'origine per ambedue, in quanto patria di Davide. Ivi, Maria, "... incinta per virtù dello Spirito Santo prima che avessero abitato insieme" (Mt. I , 18), partorì un figlio e, con tenerezza mista a rispetto, "... lo avvolse con fasce e lo pose in una mangiatoia, perché non c'era posto per essi si nell'albergo" (Lc 2, 7).

L'ubbidienza al disposto di C. Augusto rientrava, tuttavia, in un Disegno Provvidenziale di respiro universale, tale da sconvolgere il corso futuro della storia umana con una nuova legge, quella incommensurabile dell'amore. A Bethlemme (dall'ebraico "Beth Lehem", casa del pane) nacque, infatti, Gesù, "pane dell'anima" (Gv. 6, 35), Divino Figlio di Colui ch'è "... l'amor che move il sole e l'altre stelle", secondo la poetica definizione di D. Alighieri (cfr. “Par”. XXXIII, 145).

E, così, in una grotta, nei pressi foranei di Bethlemme, la Vergine Maria diede alla luce il "Puer Divino" (non era stato possibile reperire una camera nel primitivo albergo, o carvanserraglio, del paese, brulicante di gente per il censimento). Era notte fonda per i campi, ove alcuni pastori vegliavano sulle greggi. Ed ecco un Angelo, apparso in un grande splendore di luce, li esortò a recarsi alla grotta, mentre un coro "della milizia celeste" inneggiava all'Immenso. "E andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il neonato coricato nella mangiatoia" (Lc 2, 16).

I Pastori, fedeli testimoni del "Princeps Pastorua" (la metafora e l'iconografia pastorale dominano il Nuovo Testamento ed hanno larga influenza nell'arte e nella letteratura della nascente Chiesa), assisterono ad un Evento mirabile, che avrebbe avuto il suo epilogo nella sofferenza della Croce. Erano persone semplici, ma aperte alle meraviglie di Dio, in grado di avvertire l'importanza della testimonianza, ineffabile e mirifica, che avrebbero reso ai contemporanei ed alle future generazioni. Con quale profondità concettuale, e dovizia d'afflato lirico, ne rievoca la presenza Giovanni Testori (1923-1993), noto scrittore che espresse nella sua opera un disperato bisogno di fede e di comunione con gli emarginati della società: "... Dei pastori / su, salente, / ecco senti, / Te gemente, / Te morente, / fiato-piva" (cfr. "Ossa Mea", XXVI, Mondadori, Milano, 1983).

Ma, ritorniamo alla Natività. Qualche tempo dopo, un luminoso corpo celeste (una cometa, una meteora o una luce inferiore?) apparve ai Magi presaghi e da Oriente (forse la Persia o l'Arabia) li guidò, tranne una breve sosta presso il diffidente Erode in Gerusalemme, a Bethlemme. "Ed essendo entrati nella casa, trovarono il fanciullo con Maria sua madre, e prosternatisi, l'adorarono; poi... gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra" (Mt 2, II).

Fu quella la prima "Epiphaneia" (manifestazione) di Gesù (forse in un alloggio poi trovato in paese dal solerte e buon Giuseppe) al mondo non ebraico, di cui i Magi erano, per così dire, il "fior da fiore", nel loro 'status' di "Gentiles". Anche ai pagani, per un cammino diverso ma convergente, la misericordia del Padre Celeste volle dispensare i frugiferi effetti della "Buona Novella". L'episodio evangelico esalta, in sostanza, l’universalità indubbia del messaggio cristiano.

Stranieri di luoghi lontani, diversi per il colore della pelle, il pensiero, l'estrazione sociale e culturale, Gaspare, Melchiorre, Baldassarre (e, probabilmente, altri) erano accomunati dal desiderio tenace di conoscere la verità sul novello Re, Cui recarono in dono l'oro d'Ofir (per la regalità del "Puer"), l'incenso d'Arabia (simbolo della Divinità) e la mirra d'Etiopia (in omaggio all'umanità di Gesù o, anche, quale doloroso preludio degli unguenti che avrebbero profumato il Corpo del Cristo morto in Croce, come si legge in Giovanni al cap. 12, 7).

Giuseppe, Maria, gli Angeli dell'Onnipotente, i Pastori ed i Magi: sono questi i "personaggi" dal santo ruolo nella "Genitura Domini", un accadimento senza precedenti, di cui l'umanità odierna, succube dei novelli "idoli" del denaro, dell'ambizione, del potere, del consumismo smodato (ai danni di un ambiente sempre più offeso e deturpato), ha perso memoria, dimenticando che, comunque, il Fanciullo continua a venire al mondo, nella speranza che ci si ricordi di Lui…

Se sapremo organizzare per Lui una degna accoglienza nel nostro cuore, liberandoci di quella cappa d'indifferenza, egoismo ed ipocrisia, che ci ottenebra non poco, la nascita di Gesù sarà, forse, l'occasione per vivere un "grande" Natale, all'insegna dell'amore e della verità, un binomio spiritualmente e teologicamente interattivo, di cui ben si legge nella "Lettera Enciclica" ("Caritas in Veritate"), che, recentemente, Papa Benedetto XVI ha indirizzato "... a tutti gli uomini di buona volontà".

Possa, dunque, il S. Natale essere "diàlogos" tra Cielo e terra, nonché "pròlogos" di tempi veramente nuovi, da viversi con la tenerezza dell'amore e la coerenza della verità: solo così il Bambino Gesù sarà in grado di trovare albergo nella vita di ciascuno di noi.

Forse, ci può essere d'ausilio in tale impresa una poesia di Diego Valeri (1887-1976), cantore della semplicità e dell'innocenza del mondo dell'infanzia, il quale definisce liricamente "La Notte di Natale" in tal modo: “... il cielo si schiara e si colora, come al levare del sole... / splendono i cuori degli uomini; è l'aurora del giorno / dell'amore” (cfr. "Il campanellino", Sei, Torino, 1928).

E, nel "giorno dell'amore", immenso sia il giubilo ed universa la lode anche per Te, o Maria, poiché nel sacro tempio dell'Immacolato Tuo Cuore hai serbato la vera Gloria del mondo. Tu Vergine, Tu Sposa, Tu Madre, assorta nel Divino Progetto, vegliasti, come or fai, sul tenero Virgulto, che del Padre la "pietas" donò all'uomo spesso immemore!

Filippo Ungaro


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