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Berlusconi rincara la dose: «Inchiesta di Trani risibile, magistrati sconfessati dal capo dello Stato»

«L'iniziativa del Csm, sconfessata dall'intervento del presidente Napolitano, dimostra un uso intollerabile della giustizia». Così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, commenta le parole del capo dello Stato, definite «l'ennesima dimostrazione per fini politici di lotta politica contro di noi». In un'intervista al Tg2, il premier aggiunge che «senza l'intervento della magistratura, che fa politica e che ha dettato i tempi e i temi della campagna elettorale, quella delle regionali sarebbe stata una campagna elettorale disastrosa per la sinistra».

Poco prima, intervenuto telefonicamente ad una manifestazione del Pdl ad Avezzano, Berlusconi aveva detto cose simili: «Sinistra e magistratura fomentano attacchi ed un'inchiesta risibile come quella di Trani per coprire i fallimenti delle loro giunte regionali».

Berlusconi, infine, si è detto certo che stavolta «finalmente le talpe che hanno diffuso ai giornali le intercettazioni dell'inchiesta di Trani saranno individuate. Una fuga di notizie illegale e che perciò deve essere sanzionata e punita secondo la legge».

Berlusconi ha ricordato che le intercettazioni sono finite su alcuni giornali e ha citato in particolare “La Repubblica” e “Il Fatto”. Nell'auspicare una punizione esemplare per gli autori o l'autore della fuga di notizie, il Cavaliere ha anche sottolineato come «nel caso specifico non sia troppo difficile individuare i responsabili: ad avere le carte, poi trapelate sui giornali, erano soltanto i pubblici ministeri che indagavano o gli uomini della Guardia di finanza che hanno effettuato le intercettazioni. Una cerchia ristretta all'interno della quale non dovrebbe essere difficile individuare le talpe».

In serata si è appreso che il nome del premier è iscritto dall’8 marzo scorso nel registro degli indagati della procura di Trani per concussione e minacce all’ufficio dell’Agcom. La data di iscrizione, secondo alcuni addetti ai lavori, non sarebbe irrilevante perché da allora decorrono, almeno in via teorica, i quindici giorni previsti dalla legge entro cui la procura deve inviare gli atti che riguardano il premier al giudice competente, che i difensori del premier sostengono con forza essere quello di Roma, da dove peraltro sono partite le telefonate intercettate.


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