Turandot, opera incompleta del maestro Giacomo Puccini, è andata in scena al Teatro Impero venerdì 4 marzo, dopo una messa a punto da parte dell’attore e regista tranese Vincenzo Matichecchia, che ha trasformato la metrica del dramma, sostituendo la versificazione originale con un adattamento in prosa creato “ad hoc”.
La rappresentazione tratta di una bellissima principessa, Turandot, il cui carattere diverge dal suo dolce aspetto: è fredda e crudele.
Molti sono i suoi pretendenti, ma ella ha deciso di andare in sposa solo a colui che risolverà tre enigmi. Nel caso in cui la risoluzione dell’enigma risultasse errata pena era la morte. Calaf, principe spodestato si cimenta proverà a risolvere gli enigmi, con successo, ma il finale è ancora lontano.
“La Compagnia dei Teatranti” ha creato uno spettacolo ricco ed interessante sotto molti aspetti, dalla cura per la scenografia, abiti compresi, alla grazia per i balletti, coniugando una danza classica di matrice italiana, con oggetti appartenenti alla cultura orientale e cinese, giocando anche molto con i colori.
Anche gli attori non si sono risparmiati e hanno fatto del loro personaggio la propria identità ottenendo un risultato ottimo, riscontrabile sopratutto nelle immagini dei tre ministri Ping, Pong e Pang, figure ironiche ed enigmatiche, nella personalità principessa Turandot, fredda come il ghiaccio e calda come una donna colpita da Cupido, e, non ultimo nell’immagine del principe Calaf, personaggio rappresentante, a mio avviso, il canone del “Princeps” sviluppato da Niccolò Machiavelli nella sua opera principale, astuto nella risoluzione degli enigmi, forte nelle sue decisioni, senza tralasciare però il resto della componente teatrante che è riuscita ad inquadrare la vicenda in un preciso contesto storico, recuperando usanze e comportamenti appartenenti ad epoche passate come una marcata misoginia, una gerarchia che tutto domina ed un rapporto servo-padrone improntato ad una fedeltà assoluta.
La rappresentazione resta fedele alle unità aristoteliche, svolgendosi in un unico luogo, Pechino, capitale dell’Impero Cinese (unità di luogo), trattando di un’unica storia (unità di azione) ed abbracciando un arco di tempo di un unico giorno, tenendo così presente anche il canone temporale dettato dal filosofo greco Aristotele (unità di tempo), contribuendo così ad una maggiore omogeneità di tutta l’opera, a cui si somma il “Nessun dorma”, romanza creata per l’appunto dal maestro Guccini per questo suo capolavoro, performata magistralmente da Enzo Matichecchia, alias Calaf, aggiungendo così un tocco di classe al componimento.
Cura per la scena, cura del sistema dei personaggi, fedeltà ad antichi canoni teatrali e una performance da tenore sono gli aspetti indubbiamente positivi di questo spettacolo e che dimostrano come che il teatro sia fatto di persone e non di strumenti: la qualità di un’opera non è collegata alla qualità della scenografia, ma alla grandezza artistica delle persone che operano al suo interno.
La scommessa della “Compagnia Dei Teatranti” si è mostrata ancora una volta vincente, generando così uno spettacolo incantevole ed affascinante, un risultato positivo che si aggiunge ai precedenti.
«I Teatranti sfidano il giorno senza copione, a notte poi si trasformano. I teatranti... Che fascino!». Recita così il loro motto e ha ragione: I teatranti... Che fascino!
Mauro Marcone