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Forum sull'ospedale di Trani, l'intervento di Gorgoni: "Nulla è deciso, ma si deve cambiare. La casa della salute è una sfida"

Oggi non devo comunicare nessuna decisione. E non c’è nessun diktat. Ma c’è un discorso di coerenza gestionale nostra. C’è un modello di sanità necessario non per Trani, ma per tutta la provincia. Non c’è nessuna chiusura programmata in vista, ma proviamo a portare una proposta, una sfida, un nuovo modello di sanità. L’idea è che non sia un’entità come quella di oggi, in agonia da anni. Dobbiamo rivitalizzarlo, quantunque comprendo che logica su cui ci muoviamo è culturalmente nuova e richiede coraggio mentale. L’obiettivo, allora, è rendere l’ospedale funzionale alle esigenze del territorio. Finora le decisioni sono state imposte dagli eventi ed io a questo non ci sto. Dobbiamo provare a trovare un’altra strada. Devo parlare attraverso numeri che mi rendo conto spaventino, ma che sono oggettivi e non vanno strumentalizzati. Stiamo per chiudere in pareggio di bilancio e dovrei essere contento, ma noi del pareggio non ci accontentiamo. E questo perché, in tutti i comuni dell’Asl, i livelli dell’assistenza non sono soddisfacenti. Negli ultimi trent’anni si sono alternati tanti governi, ma lo stile è rimasto lo stesso ed i problemi sono rimasti sempre quelli. Ci sono 690 milioni annui nella nostra Asl, la metà dei quali se ne va in assistenza ospedaliera. L’altra metà è per l’assistenza di base, per andare dal medico ed ottenere una ricetta gratis. L’ospedale di Trani costa 32 milioni annui, alla pari di Bisceglie e poco più di Canosa. Accanto ai costi, c’è anche un cattivo uso dell’ospedale. Stiamo difendendo qualcosa che veramente ci serve, o qualcosa che non usiamo e/o stiamo usando male?  I nostri ospedali hanno una in appropriatezza del 44 per cento: tanti troppi ricoveri durano da zero ad un giorno, e queste non sono situazioni di cui dovrebbe occuparsi un ospedale. Ripeto: domandiamoci cosa stiamo difendendo. A Trani solo il 31 per cento dei tranesi si ricovera nell’ospedale della loro città. Nella sostanza, ogni cittadino si serve del suo ospedale come se nel suo ospedale dovesse esserci tutto. Invece si accontenta di un livello minimo e spesso mediocre di assistenza. Se un ospedale non ha sale operatorie che funzionano come macchine da guerra, non è un ospedale: è un ospedaletto. Oggi 12 sale operatorie per gli interventi programmati e 5 per le urgenze, ma il loro tasso di utilizzo è del 50 per cento perché il personale è insufficiente. Mancano soprattutto gli anestesisti, c’è una autentica guerra fra direttori generali per accaparrarseli e non ce la si fa. Servirebbero 90 anestesisti, ne abbiamo solo 61. Gli altri 29 non ci sono. Nei giorni scorso ne ho presi due al volo, ma nel frattempo altri me sono spariti. Perché? Perché quando si è in pochi loro fanno valere la loro posizione, hanno il coltello dalla parte del manico. Abbiamo 3620 dipendenti, e non ci sono deroghe per le assunzioni. Oltre tutto vi è il blocco del turnover: non si può sostituire chi va in pensione, e sono vincoli vigilati dalla Corte dei conti, leggi dello Stato che non si possono valicare. Noi abbiamo un dipendente ogni 107 residenti, altre ogni 140. Abbiamo 10 comuni e 48 sedi fisiche,

Qui è in ballo non Trani, ma tutti e cinque gli ospedali dell’Asl. L’indice di utilizzo del nuovissimo ospedale di Barletta è del 63 per cento, e questo non va. Troppe regioni non hanno mai avviato percorsi di risanamento delle risorse pubbliche: la Puglia, e non solo la Puglia, è in ritardo.

Cosa accadrebbe se non facessimo nulla? Rischieremmo un’assistenza pessima e persino a rischio. Ed arriveremmo a chiusure imposte come quelle di Spinazzola e Minervino. Oggi l’80 per cento della spesa è destinata ai malati cronici, ma non è uno spreco, bensì una necessità data dei tempi moderni. Gli ospedali, in questo scenario, devono avere almeno 400 posti letto per almeno 250mila abitanti. Le altre strutture non vanno tolte, ma devono rendere i servizi giusti, non servizi a vuoto? Qui davvero si può intervenire non solo su Trani, ma anche su Bisceglie e Canosa. L’alternativa? Ci piacerebbe pensare a luoghi di salute e comunità in cui trovino posto i tradizionali servizi delle Asl, ma anche le attività socio-sanitarie del Comune, i servizi adatti proprio agli anziani che in ospedale non possono più stare, ma neanche in casa. Questi sono gli ospedali di comunità che tanto hanno successo altrove. La sfida è avere in un unico posto tutti i servizi, senza averli sparpagliati con spreco di risorse.

Il metodo? E’ definire e non siamo sicuri che abbia successo, ma l’alternativa si spaventa di più. 1.923.480.955.878 è il debito pubblico italiano. Nel tempo che io ho parlato siamo passati a 1.923.481.944.767. A 660 chilometri da qua, in Grecia, sono stati decisi 600mila licenziamenti, ed anche in Italia il futuro non è roseo: tutti dobbiamo fare la nostra parte per evitare il peggio.


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