Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma del dott. Mario Schiralli in risposta al comunicato della dott.ssa e dirigente Maria Dettori.
E’ certamente sfuggita alla dott. Dettori la precisazione in apertura del mio intervento laddove ho scritto, a proposito della notizia appresa dalla stampa sulla ventilata distruzione dei libri, che se la stessa fosse risultata veritiera si sarebbe potuto parlare, in ambito culturale, di un vero e proprio delitto. La dott. Dettori fa intendere che non avverrà e ciò mi rende estremamente felice, ma allo stesso tempo, mi lascia perplesso perché ella stessa preannuncia ugualmente un possibile intervento di alienazione di libri.
Ho conosciuto la Dott. Dettori anni fa, all’epoca lei Dirigente dei Servizi Sociali di Barletta con Salerno Sindaco, ed io di Bisceglie con Franco Napoletano a capo dell’amministrazione, in occasione di riunioni presso la direzione generale della Asl, ed ebbi modo di apprezzarne la preparazione.
Oggi però, trovandomi a leggere la risposta e l’invito che mi ha rivolto (lo accetterò volentieri anche se in biblioteca ci sono stato più volte per motivi di studio che continuo a coltivare), non sono assolutamente d’accordo su talune sue affermazioni, frutto di scarsa conoscenza della storia della “Bovio”, probabilmente per le poche e faziose informazioni che le hanno trasmesso.
Nulla da eccepire, invece, solo sull’attuale bibliotecaria coordinatrice, la dott. Daniela Pellegrino, che ho visto crescere culturalmente e professionalmente sin da quando era una giovanissima studentessa.
Se la dott. Dettori ha trovato una biblioteca in quasi completo abbandono, il…”merito” va ascritto (lo dico con cognizione di causa) in primis all’amministrazione che per anni se n’è disinteressata lasciandola in balia di gente incompetente e senza titoli professionali.
La dott. Dettori non può affermare, anche se si trincera dietro il “forse”, che la schedatura dei libri era ferma ai tempi del mio Maestro, Benedetto Ronchi. Sarebbe stato sufficiente che avesse sfogliato i “Registri cronologici d’Ingresso”, ovvero la storia delle acquisizioni librarie (acquisti, doni e donazioni) per verificare quanti volumi ci fossero al 31/12/1978, data del pensionamento di Ronchi, e quanti all’agosto 2000, data in cui, promoveatur ut amoveatur, l’amministrazione del tempo mi trasferì a palazzo di città attribuendomi le funzioni dirigenziali. Per inciso: cinque mesi dopo la... promozione accettai il contratto di dirigente offertomi dal sindaco di Bisceglie, che accolsi con grande gioia, visto, oltretutto, come si stavano mettendo le cose a Trani. Ma questa è un’altra storia, come tante altre che mi hanno toccato perché scomodo ai governanti.
Tutto ciò che la dirigente dice di aver fatto negli ultimi due anni e di voler continuare a fare per la rinascita della “Bovio”, è stato, rapportato ai tempi, già fatto e pure di più. La storia della “Bovio” dice che sin dagli anni ’60 e fino a metà anni ’70, quando cioè il Ministero tagliò i finanziamenti, “pioneristicamente”era a capo di un pool di biblioteche (Bisceglie, Corato, Ruvo, Terlizzi e Montegrosso di Andria); che dal 1978 in poi fu la prima a meccanizzare la schedatura (i sistemi erano allora tra i più avanzati); ad accrescere le attività culturali (cineforum, serate musicali, conferenze continuate anche nei locali di Via De Gasperi d’intesa con Obiettivo Trani) di cui dovrebbe esserci ampia documentazione; ad istituire un laboratorio attrezzato (esisterà ancora l’attrezzatura?) per l’insegnamento dello sviluppo e stampa delle fotografie; ad istituire una pinacoteca ugfficializzata da delibera della G.M.; a favorire i prestiti interbibliotecari senza spese a carico dei richiedenti; ad avere frequenti contatti con le università per la promozione di tesi di laurea di argomento tranese; a primeggiare fra le consorelle anche più “titolate”per le frequenze (documentate) dei lettori in sede attestatesi sulle 30-35 mila unità annue; ad essere la prima ed unica biblioteca in Italia ad avere rapporti per la fornitura di libri ai detenuti con il supercarcere di Trani svolgendo così una significativa azione sociale.
Se tutto questo lavoro non ha avuto più seguito, ma è stato vanificato, lo si deve ad anni, dal 2001 in poi, di disamministrazione, di incapacità gestionale, di incuria nella conservazione del patrimonio librario, documentario e artistico.
Sin dall’amministrazione Tamborrino era stato “diagnosticato” che l’attuale sede, allora ancora in costruzione, era inadeguata e insufficiente ad accogliere tutto il patrimonio (leggasi la relazione del dott. Federici, Direttore dell’Istituto di Patologia del Libro, chiamato dall’allora assessore Straniero) tant’è che era stata ventilata una diversa e più saggia soluzione. Ma non se ne fece niente. Si volle a tutti i costi inaugurare, anche senza libri, l’attuale sede per motivi elettoralistici. Anche questo fa parte della storia che nessuno, per disonestà intellettuale, ha riferito alla Dettori.
Ben vengano le innovazioni tecnologiche e le nuove idee gestionali della dott. Dettori. Ma non un libro deve essere soppresso anche se ci sono problemi di spazio. Ogni libro non è di proprietà privata, ma dell’intera cittadinanza. Che dovrebbero fare allora Firenze, Roma, Napoli, Bari, e tante altre biblioteche piccole o grandi che siano che accrescono il loro patrimonio nonostante gli spazi angusti? Trovano soluzioni adeguate senza sacrificare i libri.
E per finire: sarei curioso di conoscere quale sia stato il criterio che ha portato alla scelta per la sanificazione di un quantitativo di libri a danno di quei cinquemila (li ha quantificati per numero e classe di appartenenza l’ex responsabile) che sono stati lasciati a marcire a Palazzo Vischi? In base a cosa viene affermato oggi che non sarebbero mai stati consultati? E come si poteva consultarli se nessuno della biblioteca accedeva a palazzo Vischi? Se gli stessi operatori (lo hannno detto dopo una mia precisa richiesta) che a quei testi non si poteva accedere. Chi può dire che la biblioteca nel tempo abbia attuato una politica di accettazione incondizionata dei doni che oggi porterebbe alla distruzione di quei libri definiti (da chi e con quale criterio) obsoleti?
Se mi ribello e faccio sentire la mia protesta è proprio perché sento di essere non uno, ma il primo sostenitore della “Bovio”, avendoci lavorato, con grande profitto per l’istituzione (e sfido chiunque a dimostrare il contrario) per 36 anni (un’intera vita lavorativa), di cui 22 da direttore (nei miei confronti e dell’opera da me svolta qualche “democratico” amministratore, e penso che, senza far torto alla sua intelligenza, la dott. Dettori lo abbia capito, ha imposto la damnatio memoriae). Ho lavorato in e per la "Bovio" molti anni di più di qualunque altro impiegato che si sia avvicendato nei centoquarantadue anni di vita dell’istituzione bibliografica cittadina. Il mio Maestro Benedetto Ronchi vi lavorò per 26 anni ed io con lui proficuamente, quale suo allievo e collaboratore diretto, per quattordici!.
dott. Mario Schiralli
