Nulla che potesse fare ritenere che il suicidio del 27enne tranese Gianni Bucci (trovato impiccato l’altra mattina nell’officina di famiglia, in via Papa Giovanni XXIII) fosse stato, eventualmente, istigato. Ieri, però, il sostituto procuratore di Trani, Michele Ruggiero, anziché archiviare il fascicolo, ha aperto un’inchiesta per approfondire le cause del gesto.
Adesso, per prima cosa, si procederà ad autopsia ed esami tossicologici. Poi, sul versante delle indagini, si proverà a chiarire le presunte incongruenze fra le frammentarie indicazioni fornite dal giovane e quanto, poi, è stato ritrovato.
Bucci, infatti, aveva lasciato sul luogo un biglietto che rimandava alle “bozze” scritte nel telefonino. Ma sull’apparecchio non vi era nulla di tutto questo, al di là di un sms inviato ad un amico: in quel messaggio il giovane annunciava il gesto, ma l’amico lo avrebbe letto soltanto all’indomani, quindi troppo tardi.
Fino a ieri, come dicevamo, sulla vicenda si era rispettata la regola non scritta del silenzio. Infatti, non vi erano elementi di alcun tipo che facessero ritenere che il gesto estremo di Bucci fosse stato istigato: nessun problema economico, nessuna delusione amorosa, nessun contrasto con alcuno. E solitamente, in questi casi, si sceglie la via comune del rispettoso silenzio, soprattutto per non alimentare lo spirito dell’emulazione nei soggetti psicologicamente più deboli.
In procura, tuttavia, adesso vogliono vederci chiaro. Accrescendo, inevitabilmente, il dolore di una famiglia già distrutta.
