Egregio Signor Sindaco, gli eventi di questi ultimi mesi hanno servito sul piatto della vita quotidiana della amarezza e un certo rancore: ci si domanda se ancora una volta la volontà o il dolo di certe conseguenze siano l’incomprensione tra uno Stato che propone le leggi e l’inadeguata aderenza di queste ultime alle reali esigenze individuali.
Gli uomini non hanno molte scelte: possono far valere i propri diritti in un Tribunale con la forza del denaro, magari pagandosi i migliori avvocati e questo indipendentemente dal grado di verità in gioco; altresì credere, giustamente, che esista una giustizia imparziale desiderosa di vedere tutti gli uomini uguali dinanzi ad essa.
Ci si aspetta sempre che la verità venga riconosciuta in ogni caso.
Ci si chiede se tra uomini che camminano e si incontrano per strada, ognuno col proprio vissuto e ruolo sociale, possano esistere la giustizia e la verità: ricordiamo che chi dice la verità proclama la giustizia!
La società moderna sostiene di rendere giustizia e verità agli uomini della strada che siano dirigenti o operai, semplicemente applicando il codice, ma la giustizia si è perduta strada facendo, è rimasta solo la “Legge” con la “L” maiuscola.
Noi uomini abbiamo smarrito la consapevolezza che vi è non un Dio solo ma, cosa più importante, una legge morale sopra noi che si nutre di coscienza.
C’è un abisso tra la giustizia celebrata nei Tribunali e quella insita nel cuore dell’uomo.
Promuovere la giustizia spetta alle pubbliche amministrazioni, al comune, alla provincia, alla regione, ai cittadini e quindi allo Stato.
La Costituzione afferma che il “popolo è sovrano”. Ma sovrano di chi? Di un bicchiere che non è più mezzo pieno ma vuoto e da cui, senza un lavoro, gli uomini non possono più bere.
Una sentenza di un Tribunale del Lavoro di Trani ha stabilito che a tre di noi con più di 36 mesi di servizio venisse convertito il contratto di lavoro da tempo determinato a indeterminato. Altri giudici hanno espresso parere contrario.
Si è speculato da giuristi e non sull’art. 36 del D.lgs 165/2001 (divieto di conversione del contratto). Non si è mai considerato l’art. 5 comma 2 del D.lgs 368/2001 (la sequenza dei contratti a tempo determinato per ben oltre 36 mesi, tutti carenti di specifica giustificazione, è illegittima e ne consegue la sanzione della trasformazione dei contratti in un unico contratto a tempo indeterminato).
La corte di Giustizia Europea con Ordinanza del 1.10.2010 ha stabilito che detto art. 5 del D.lgs 368/2001 si applica al pubblico impiego e prevede la trasformazione automatica a tempo indeterminato del rapporto dopo 36 mesi. La causa europea si è risolta con una celerità encomiabile (dal dicembre 2009 all’ottobre 2010) senza neppure contraddittorio e con una ordinanza sorprendente: lo stesso Stato italiano, ha concluso la causa, affermando nella memoria depositata alla Corte di Giustizia Europea (cfr. punti 66 e 67) ad opera dell’Avvocato dello Stato italiano Wally Ferrante che anche ai dipendenti pubblici dovesse essere applicato l’art. 5 del D.lgs 368/2001.
La stessa Corte Costituzionale con una sentenza (n. 303/2011) ha chiarito che “la stabilizzazione del rapporto di lavoro è la tutela più intensa che il lavoratore precario possa ricevere mentre il risarcimento assume valore logicamente secondario”.
Ma ancora non basta?
Il prossimo 27 marzo si terrà l’udienza presso la Corte di Giustizia Europea per discutere della legittimità della normativa italiana che nei confronti dei lavoratori della scuola pubblica consente il ricorso a contratti a tempo determinato in maniera continuativa e prolungata ben oltre il termine massimo dei 36 mesi fissati dalla direttiva europea 70 del 1999.
All’udienza del prossimo 27 marzo interverranno la FLC e la CGIL a sostegno delle ragioni dei precari. È presumibile che la sentenza dei giudici europei sia eclatante e che venga condannato definitivamente lo Stato Italiano per infrazione del diritto comunitario, ponendo così fine anche nel nostro Paese all’abuso dei contratti a termine e alla disparità tra lavoratori a tempo determinato e indeterminato impiegati nello svolgimento della stessa mansione. Il 27 marzo potrebbe essere una data storica per tutti i lavoratori con 36 mesi di servizio non solo nella scuola ma in tutto il pubblico impiego e si potrebbero aprire le strade della stabilizzazione del rapporto di lavoro. Lo Stato italiano non potrebbe che adempiere ad una sentenza della Corte Europea. Non è abbastanza, vero?
Signor Sindaco, alcuni di noi hanno lavorato per 10 anni come “Agenti di polizia locale” altri per 4 anni. In quel tempo la divisa che indossavamo rappresentava Lei e lo Stato: lei come Istituzione e Capo dell’Amministrazione. Ci sono colleghi che sono stati minacciati, aggrediti, denunciati e il giorno dopo gli scadeva il contratto. Ci hanno fotografato, video filmati, davanti a strade con file di macchine in divieto a fare il nostro dovere, impotenti per numero umano e coscienti della rabbia dei cittadini che magari si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato; cittadini che lamentavano più presenza sul territorio. Nessuno ci ha mai ringraziato per aver messo le scarpe e i pantaloni personali (non avendo la divisa ce la siamo creata con nostri indumenti!) in pozzanghere profonde o sottopassi allagati. Abbiamo lavorato senza una programmazione da parte della sua amministrazione che pianificasse una seppur minima possibilità di assunzione.
Noi però ci abbiamo creduto in quella divisa e la gente che ci vedeva per strada aveva un punto di riferimento perché poteva esprimere i propri disagi e trovare non un verbale in bianco da compilare ma persone pronte a dialogare.
Tutto questo è perduto!
Lei ha mai camminato per le strade della nostra città mano nella mano a sua figlia? Sua figlia le hai mai detto che era contenta e fiera di suo padre cha faceva il “poliziotto” e poteva multare o “arrestare” i maleducati che occupavano gli scivoli e i marciapiedi?
Lei ha mai provato la paura su di sé di non poter più prendersi cura dei propri figli perché la mancanza di un lavoro “sudato” non lo permette più?
Noi non abbiamo tolto nulla a nessuno, anche se sui media si lamentava spesso che taluni avessero voluto dare lavoro “ai soliti”. Abbiamo superato due selezioni pubbliche per titoli ed esami, una nel 2005 ed una nel 2009 come prevede la normativa vigente: gli atti sono a disposizione di chiunque voglia conferme.
Noi non siamo figli che dei nostri genitori, impotenti come noi dinanzi un tale abisso di ingiustizia umana e sociale. Tra noi ci sono ex carabinieri, ex ufficiali dell’esercito. Magari è poco, chiediamo scusa ma è sempre stato il nostro unico biglietto da visita, il nostro unico titolo preferenziale.
Magari è scontato chiedere a Lei di scendere per strada e portarci in quel luogo dove le istituzioni, anche se in difficoltà, si incontrano con le persone e di comune accordo, ritrovano la dignità, la stima e la fiducia in entrambi.
Signor Sindaco, ci permettiamo di ricordarle che a noi non è dato di vivere in eterno, sono le persone che fanno del bene a vivere per sempre, nel ricordo di chi il bene lo ha ricevuto.
Quanto e cosa non può fare un’ Amministrazione che voglia aiutare da “buon padre di famiglia” i suoi figli? Perché non si sta abbandonando un sacco della spezzatura lontano dai cassonetti, si sta togliendo a dei padri di famiglia la speranza in un futuro giusto e adeguato per sé e per i propri figli.
Speriamo nella giustizia, nella verità e nella buona volontà del Dio che ci accomuna, forse, tutti.
I 16 ex agenti di polizia locale
