(n.a.) Cinema Impero, ore 22 del 5 marzo, sala B. La tappezzeria giallo blu è ancora ben visibile, il richiamo del film «girato a Trani» non ha più l’impatto di una volta. Veronesi è stato più sfortunato di Maldonado: il suo «Bastardi», il film peggiore che si ricordi in assoluto, purtroppo girato anche quello a Trani, al tirar delle somme forse avrà fatto meglio, per incassi in città (e ribadiamo, solo in città), di «Una donna per amica».
Passano gli spot commerciali, fatti sempre peggio, si spengono le luci e si mettono in moto le bobine della sala di proiezione. Occhi puntati, per quanto ci riguarda, su quanto e come esca Trani da questo nuovo lavoro cinematografico.
Quindici secondi da via Statuti marittimi, zona porto, dieci dalla casa di reclusione femminile di piazza Plebiscito, cinque da un vicolo del centro storico. In mezzo, una spiaggia su cui atterra un elicottero della Forestale: in questo ultimo caso il principale indiziato è il Salento.
A Trani Giovanni Veronesi ha girato scene, fra interne ed esterne, per circa un mese. Quanto fatto al chiuso sfugge ad una valutazione oggettiva, mentre il lavoro all'aperto è quello che rende l'idea dell'attenzione prestata dal regista ai nostri luoghi.
Quattro secondi di prospettiva, dal vertice, di piazza Sacra regia udienza, il doppio per una passeggiata sul viale della villa comunale prospiciente il muraglione: per l'occasione, vi ritroviamo seduti, a chiacchierare, coppie e famiglie, circostanza, ormai alquanto improbabile nella realtà di tutti i giorni.
La storia fa fatica a prendere corpo, e del resto, dalla dichiarata leggerezza della trama non ci si potrebbe aspettare un capolavoro della cinematografia. Masserie e paesaggi costieri aiutano la fotografia a camminare bene sulle proprie gambe, ma per raggiungere questi risultati complessivi, la compagnia s'è dovuta allontanare, e forse neanche di poco, dalle nostre mura amiche.
La cattedrale arriva dopo tre quarti d'ora di pellicola, vista dalla zona absidale, da piazza Sacra regia udienza e da piazza Quercia. Tante biciclette protagoniste in queste inquadrature, poi due bici in particolare, quelle dei protagonisti, improvvisamente percorrono il muraglione del molo Santa Lucia: e questa è davvero una pure invenzione registica, perché di gente, lassù, se n'è vista solo per l'arrivo di Carlo e Diana e per i "soliti" fuochi, per assistere ai quali ogni posto è buono.
Inquadratura piena della cattedrale dal porto, e poi il porto dal di dentro, con Francesco (Fabio De Luigi) che sul pontile "Piccola pesca" scopre la sua migliore amica, Claudia (Laeritia Casta) fare l'amore nella stiva del caicco con un altro uomo, rompendo l'incantesimo di un'amicizia mai sbocciata in amore.
Se anche Trani sbocci nel film lo giudicheranno solo gli spettatori. Nei tre minuti e 33 secondi (cronometrati) in cui la si vede, tutto sommato, la sua figura la fa. E, se qualcuno mai sarà rimasto in sala fino alla "coda dei titoli di coda", avrà scorto i ringraziamenti della produzione a Comune di Trani, Amet, Amiu, Stp, Ufficio locale marittimo, Amministrazione penitenziaria e, «non certo per una clausola di stile», al sindaco, il cui nome per esteso, nelle sovrimpressioni scorrevoli, non passa inosservato.
Dopo i tre minuti e mezzo della "sua", nostra città, il suo nome chiosa le scritte: da Giovanni Veronesi a Luigi Nicola Riserbato, dal regista «sulla» città a quello «della» città: Trani passa via piacendo, a noi resta viverci.
