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«Sono numeri da tenere in vita e rette da pagare». La preghiera laica di Rino Negrogno per i "vecchi delle case di riposo"

I vecchi delle case di riposo sono come calchi di Pompei, statue di una vita abbandonata, sono occhi incatenati ad una porta chiusa che si spalanca improvvisamente tra i sogni avvizziti del mattino. Aspettano corridoi aprichi di figli che non arrivano e, obnubilati, credono quel mormorio incessante che dietro tramesta fantasma, sia il lieto romore di nipoti festanti. Strabuzzano quando s’apre tra siringhe e compresse d’infermieri malpagati e con facce trasparenti incuneate tra espressioni scarabocchiate. Sono labirinti di rughe che si perdono tra odori di brodini improbabili, spettatori paganti di lotte sindacali tra operatori insoddisfatti e paventate chiusure d’inferni che è meglio ci siano piuttosto che niente. Sono numeri da tenere in vita e rette da pagare grazie ai sacrifici di una vita. Sono gnu venuti al mondo solo per mangiare e per dormire in piedi, colazioni notturne e cene soleggiate, fino a quando non saranno sbranati dai leoni e le loro carcasse saranno preda degli sciacalli. Sono come bambini, incantati tutto il giorno davanti ad un televisore che si vede male e la loro cacca è la stessa dei bambini, solo i pannoloni sono più grandi, come i loro sguardi che sbagliano la mira e finiscono sulla parete sbiadita dietro quel televisore, in un mondo che come finisce in fretta per i bambini, non c’è più per loro. Sono pensieri reboanti, peccati confessati e punizioni meritate o perdoni frettolosi e bugiarde scelte consapevoli tra i rosari fosforescenti delle suore appena più giovani. Sono orecchie grandi che catturano solo le parole che i refoli concedono benevoli e loro le trattengono per mulinarle sulle teste degli inconsapevoli.

A chi si ferma per caso a pensare, viene in mente, per un centesimo di secondo, che se dovesse malauguratamente raggiungere quella veneranda condizione, non vorrebbe mai starsene in una casa di riposo, preferirebbe morir prima, anzi se la procurerebbe di proposito, all’istante. I vecchi della casa di riposo ascoltano perché la loro ipoacusia permette di captare i pensieri e ascoltano basiti, come se loro, invece, fossero gaudenti a starsene davanti a quella televisione muta quasi per tutti e tutti i giorni fino all’ultimo. Così mulinava oggi sulle loro teste quel pensiero di morte salvifica che loro non sapevano darsi, preferivano starsene lì, accompagnatori di dame sconosciute, silenziosamente distratte e chi si era fermato per caso ad osservarli, si allontanava da quei pensieri inquieti incrollabile per il resto della vita e senza cambiare nulla né per sé e né per loro.
Si aprì la porta, tutti voltarono il capo velocemente sebbene in realtà fosse una velocità lenta. Era l’operatore col carrello della cena e il vapore accarezzò i volti dei vecchi attraversato da un raggio di sole, svanendo e lasciando riflessi di lacrime.

Rino Negrogno


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