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Morte della bracciante Paola Clemente, la procura di Trani apre un’inchiesta

Paola Clemente, 49 anni, madre di tre figli, di San Giorgio Ionico, è morta il 13 luglio ad Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Paola ogni giorno prendeva l’autobus alle tre del mattino e i familiari non la rivedevano prima delle tre o delle sei del pomeriggio. Guadagnava ventisette euro al giorno, soldi che, secondo il marito, Stefano Arcuri, «sono spiccioli ma permettono di vivere».

Sulla morte della bracciante agricola, all’indomani dell’accaduto, di cui il sindacato Flai Cgil ha dato notizia all’inizio di agosto, ci sono ancora da chiarire dei punti. Innanzitutto, non si sanno i motivi della morte della donna. Si era parlato in un primo momento di infarto, ma il marito sostiene di non aver mai avuto un referto medico che lo attestasse.

La donna soffriva di cervicale ma era in buona salute. «Paola fu sepolta senza autopsia e con il nulla osta del magistrato di turno. Il pm non recò sul posto perché il medico legale disse che si trattava di una morte naturale, dovuta al caldo eccessivo» - spiegò Giuseppe De Leonardis, segretario della Flai Cgil Puglia. La donna, secondo De Leonardis, fu trasferita direttamente dai campi alla camera mortuaria di Andria. Fu proprio De Leonardis a parlare subito di «un terribile caso di caporalato, una storia in cui i braccianti sono costretti a dare parte del loro compenso al caporale» e ha deciso di far difendere Arcuri da una squadra di avvocati, per arrivare in fondo alla questione.

Una piccola vittoria oggi è stata ottenuta da De Leonardis ed Arcuri: la procura di Trani ha iscritto nel registro degli indagati Ciro Grassi, l’autista del bus che quel giorno portò le braccianti, tra le quali Paola, a lavoro, da San Giorgio Ionico ad Andria. Sembra che Grassi non sia stato solo l’autista ma anche colui che organizzò la squadra di braccianti, una sorta di “caporale”. Lo stesso Grassi avvertì l’Arcuri della morte della moglie.

L’indagine a carico dell’uomo è per omicidio colposo e omissione di soccorso ed è coordinata dal pm di Trani Alessandro Pesce e dal procuratore capo Carlo Maria Capristo. Proprio Capristo ha affermato: «L’inchiesta sul decesso di Paola Clemente andrà a fondo e darà giustizia alla famiglia della vittima». Però sul fenomeno del caporalato «c’è un muro di gomma. La gente non collabora, preferisce guadagnare pochi spiccioli anziché collaborare alle nostre indagini finalizzate a debellare il fenomeno, diffusissimo nel nord barese. Ce ne occupammo nel corso delle indagini sul crollo di Barletta (quello del 3 ottobre 2011 nel quale morirono quattro operaie di una maglieria, ndr). In quella circostanza accertammo che le lavoratrici morte erano irregolari. Da lì partì un’inchiesta sul caporalato e venne fuori un fenomeno raccapricciante».

Pochi giorni dopo la morte di Paola, la schiavitù delle campagne pugliesi fece altre vittime: Mohamed, 47enne sudanese, stroncato da un malore a Nardò mentre raccoglieva pomodori; Arcangelo, 42enne, anche lui infartuato.
Il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, ha espresso il suo giudizio dicendo che il fenomeno del caporalato è da «combattere come la mafia».
I “caporali” sono delle persone ingaggiate per reperire manodopera: la loro presenza è radicata in tutto il territorio pugliese, e non riguarda solo il nord barese ma anche le province di Bari, Foggia, Taranto. I sindacati hanno più volte denunciato, nel corso degli anni, questa presenza sul territorio ma i lavoratori sono sempre ricattabili perché hanno paura di perdere il lavoro, e quegli spiccioli che servono per vivere.

Federica G. Porcelli


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