Esattamente due anni fa Otello Bagli moriva in piazza Vittime 11 settembre, per l'effetto di un proiettile vagante che lo colpì alla spalla e gli trapassò il cuore. Ad ucciderlo, una sola pallottola delle sedici esplose in una serata di terrore, nella quale la vittima designata pare non fosse lui, ma qualcuno da correlarsi al tentato omicidio del terlizzese Gianluca Desimine, avvenuto pochi giorni prima, il 24 ottobre, in quello stesso luogo.
Desimine si trovava lì perché si stava recando in carcere per incontrare un detenuto. Per la cronaca, nel febbraio dello scorso anno, quale responsabile di quel tentato omicidio, finì in manette il pluripregiudicato Salvatore Patruno, 43 anni, circostanza che lasciò intendere che l'episodio fosse legato alla lotta fra clan per il controllo del traffico della droga.
La sera della morte di Bagli, in quella piazza alla periferia nord di Trani si sarebbe presentata una “squadra” di ben quattro persone, di cui due in auto e due armate di pistola, per punire con la morte forse proprio Patruno ed eventuali suoi sodali. La vittima designata riuscì ad evitare il peggio fuggendo, ma Bagli, prima ancora che si rendesse conto di quello che stava accadendo, fu mortalmente colpito. Era lì perché era andato a restituire ad un amico, pare al barista del chiosco di quella piazza, un computer riparato.
Quel pc, insieme con il telefonino ed altri oggetti personali, è stato recentemente restituito alla famiglia, probabile segno del fatto che le indagini, tutt'ora in corso da parte del pubblico ministero Antonio Savasta, e per mano degli agenti del Commissariato di pubblica sicurezza di Trani, potrebbero avere escluso qualsiasi correlazione di Bagli con quell'episodio, confermando l'accidentalità e casualità della morte.
La famiglia, lo scorso anno, diede vita ad una fiaccolata pacifica da piazza della Repubblica fino a quella che era la casa di Otello Bagli, richiamando l'attenzione della cittadinanza soprattutto sulla necessità che «chi sa parli», dichiarò ripetutamente la nipote, Carmela Fiore, che ha rilevato la presidenza della cooperativa sociale di tipo B a suo tempo diretta dallo zio.
Resta il fatto che l’inchiesta ancora non ha indagati, mentre intanto sono passati due anni dalla tragedia. La speranza della famiglia è «che si faccia giustizia», soprattutto per ritrovare una serenità che a fatica sì ricerca nella quotidianità.

