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Pasolini ed Eduardo: la conversazione interrotta. Se n'è parlato al circolo del cinema Dino Risi di Trani

Nonostante sia morto esattamente quarant’anni fa (2 novembre 1975), Pier Paolo Pasolini continua a far parlare di sé: è questo il destino riservato agli intellettuali immortali ed eterni come lui. Concordi con questo pensiero Vito Santoro e l’assessore alla cultura, Grazia Distaso, che ieri hanno introdotto la retrospettiva dedicata a Pasolini e al suo rapporto con Eduardo De Filippo presso il circolo del cinema Dino Risi di Trani. «Pasolini – ha detto Santoro – rischia di diventare più un’icona pop che uno scrittore che va letto, o regista i cui film vanno visti». E il poeta bolognese, come ha detto Distaso «ha saputo parlare del progresso, che in alcuni casi ha fatto decadere i valori delle persone». Lorenzo Procacci Leone ha presentato un breve documentario.

Due gli autorevoli ospiti che hanno parlato di Pasolini e di De Filippo: Pasquale Voza, professore all’università di Bari, uno dei più grandi conoscitori del poeta, e Mario De Bonis, amico di Eduardo De Filippo. A recitare alcuni versi di Pasolini, in una performance toccante e sui generis, l’attore Ninni Vernola.

«Le analisi sociologiche di Pasolini, quelle che emergono dai suoi saggi e dai suoi scritti giornalistici – ha spiegato Voza – non sono originali e comprensibili se non si percepisce l’urlo che proviene dalla sua poesia. Tra i tanti scempi della società capitalista, quello che più sconvolgeva Pasolini era l’impossibilità di fare poesia. La sua è una scrittura che urla l’impossibilità della scrittura». Le opere di uno dei poeti più scandalosi del suo tempo hanno uno sguardo profondamente politico, o, come preferisce denominarlo Voza, «bio-politico, cioè secondo il quale il potere pervade tutte le fibre della vita delle persone». Rappresentativo, in questo senso, è il film Salò o le 120 giornate di Sodoma, nel quale il potere deforma i corpi.

Poco prima di morire, Pasolini aveva pensato di girare un nuovo film, Porno Teo Kolossal, con Eduardo De Filippo: la sua morte, improvvisa e bestiale, glielo vietò. Mario De Bonis, conoscitore del De Filippo poeta più che drammaturgo, racconta che Pasolini amava Napoli perché «era l’unica città che non si era fatta linguisticamente contaminare. E la mattina del 2 novembre, quando Eduardo seppe della morte di Pasolini, scrisse una lunga e intensa poesia». La silmilarità dei due poeti sta, per De Bonis, nella attualità e universalità dei loro versi. Come non considerare, d'altronde, attuali questi versi?: «Lo sapevi, peccare non significa fare il male: non fare il bene, questo significa peccare. Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto: non c’è stato un peccatore più grande di te», solo per citarne qualcuno di Pasolini. 

Questo incontro, insieme alle tante parole che si spendono sullo scrittore bolognese (o friuliano), ha dimostrato quello che egli stesso scriveva: «La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi». Se si continuerà a leggere Pasolini, e a farlo comprendere, non lo si farà mai morire, come è avvenuto quella notte all’idroscalo di Ostia, per matrice politica o passionale. Anche se alcuni tendono più alla prima ipotesi.
Federica G. Porcelli


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