Si chiama sempre Museo diocesano, ma non sarà più lo stesso di una volta. E non è un caso che adesso, all'ingresso della struttura, figuri un'altra denominazione, “Polo museale” a ricordare il fatto che si tratta di una struttura che comprende Palazzo Lodispoto, in piazza Duomo, storica sede del Museo diocesano, ed il Museo ebraico Sant'Anna, nell'edificio che nacque come antica sinagoga Scuola grande, salvo poi essere trasformato in chiesa cristiana e, successivamente, in contenitore culturale di testimonianze delle presenze ebraiche a Trani.
Riaperto recentemente a cura della Fondazione Seca, che lo ha completamente ristrutturato partendo da una più mirata illuminazione, e pronto ad essere inaugurato nei prossimi giorni, palazzo Lodispoto presenta adesso delle soluzioni notevolmente diverse rispetto alle precedenti.
Innanzi tutto, una nuovissima sala meeting e congressi, con 160 posti a sedere, dotazioni tecnologiche all'avanguardia, videoproiezione Hd, sistema di traduzione simultanea, schermo interattivo per qualsiasi tipo di manifestazione. La novità è che la disposizione della sala è stata ruotata di 180 gradi: adesso il tavolo della presidenza si trova dalla parte opposta rispetto a quella precedente, dove era sormontato da una croce. La croce è tuttora esistente e, su quel rialzo, c'è la seconda parte dei posti a sedere.
Totalmente nuovo lo spazio centrale, la “Corte”, dove sarà possibile coniugare cultura e produzione per dare vita ad eventi che coinvolgano competenze artistiche, attività imprenditoriali e circuiti distributivi. Quando non utilizzata, la corte diventa un salotto nel quale sedersi comodamente e scrutare, eventualmente, anche l'orizzonte di piazza Duomo spingendo lo sguardo verso il mare.
Completamente rinnovata la caffetteria del museo: non più un piccolo bar da cui prendere e portare via, ma uno spazio totalmente nuovo di caffetteria, aperitivi, antipasteria dove è possibile anche organizzare ricevimenti e meeting, abbinandovi pure l'eventuale apertura straordinaria del polo museale.
In adiacenza alla zona della caffetteria vi sono i servizi igienici, totalmente ristrutturati ed a servizio anche di chi voglia accedervi dall’esterno senza passare attraverso il museo, ma servendosi della servitù laterale di piazza Cesare Battisti.
Da non dimenticare, anche se non dovrebbe essere una notizia (ma altrove si fa fatica a trovarli) la presenza di un defibrillatore: c'è lo strumento e c'è anche chi sa utilizzarlo, in caso di malaugurata necessità.
La vera novità dai palazzo, tuttavia, è contraddistinta dall’avvento del Museo delle macchine per scrivere, che occupa due livelli: il piano interrato, con la sezione interamente dedicata alla produzione Olivetti; il primo piano, con tutto il resto della produzione mondiale che Natalino Pagano, titolare della Seca, ha collezionato per lunghi anni dapprima custodendola nei locali dell'attività commerciale di corso De Gasperi, poi decidendo di farne un vero museo.
Quelle pregevoli macchine, ormai, sono diventate oltre 400: troppe per poterle ospitare in quel piccolo luogo, ottime per collocarle in uno spazio espositivo che sarà fra i pochi in tutto il mondo a mostrare ai visitatori la storia completa di questi attrezzi che hanno rappresentato una spina dorsale nella scrittura e crescita culturale della società.
Non è un caso che, nella sezione Olivetti, siano rappresentate come capisaldi dell'evoluzione della macchina per scrivere italiana la M1, primo modello in assoluto realizzato dal ingegner Camillo Olivetti ai primi anni del ‘900, la Valentine, che prende il nome dal designer che, per la prima volta, colorò di rosso una macchina per scrivere destinandola con successo anche al mercato internazionale, e la mitica Lettera 22 di Indro Montanelli, simbolo del giornalismo di tutti i tempi.
Ed ancora una vasta sezione dedicata a tutte le componenti singole di una macchina per scrivere, dai tasti ai martelletti, dai nastri alle testine rotanti.
Sempre al piano interrato un altro ambiente è dedicato alle macchine per scrivere giocattolo, le cosiddette Toys typewriter, ambite dai bambini di una volta come il cellulare oggi: le tastiere erano finte, ma consentivano di scrivere lo stesso selezionando la lettera: uno spettacolo di apprendimento dell’arte sin dalla tenera età.
Al primo piano l'ancora più grande e completa collezione di macchine per scrivere da tutto il mondo, divisa in tre sezioni: nella prima è esposta la storia ed evoluzione della scrittura meccanica; la seconda è dedicata alle portatili; la terza alle macchine “braille” e alle “steno”.
Su questo livello ci troviamo in presenza di autentici gioielli. In particolare, la prima macchina per scrivere in assoluto della storia, una “Sholes & Glidden, del 1873, statunitense, bellissima come fosse un quadro da custodire gelosamente in una teca del Louvre. Tanto preziosa che, per il momento, abbiamo ritenuto opportuno non fotografarla per non rovinare l’incanto di scoprirla dal vivo, il giorno dell’inaugurazione.
Ed ancora la Royal quiet deluxe, anche questa di marca Usa, del 1948, la macchina usata dall’agente segreto 007 e che si contraddistingue per la sua struttura completamente in oro.
Da non dimenticare la prima macchina elettrica della storia, una Ibm del 1935, nettamente avanti rispetto alla elettrificazione delle macchine per scrivere in Italia, ed ancora una Ibm del 1961, la Selectric, verosimilmente usata dalle Brigate rosse per i loro drammatici comunicati durante gli anni di piombo del nostro paese. Non mancano di risaltare anche le custodie, anche queste piccole, grandi opere d'arte che completano il primo livello della struttura.
Al successivo le testimonianze già conosciute del vero e proprio Museo diocesano, dal Tesoro capitolare al Reliquiario, dai busti in legno alla collezione archeologica Lillo-Rapisdardi, un mondo che sicuramente tornerà valorizzarsi come merita in una struttura completamente nuova e che potrebbe davvero, questa volta, fare la differenza dal punto di vista del richiamo turistico a Trani.
Già adesso, prima dell'apertura ufficiale, le prenotazioni di visite si stanno moltiplicando giorno dopo giorno e si fa fatica ad organizzarle. E molti personaggi importanti si sono già a loro volta candidati a visite più o meno ufficiali.
Sabato scorso, fra gli altri ospiti di Hackathon 2016, tenutasi presso il vicino castello svevo, hanno visitato in anteprima il museo Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, Filippo Sugar, presidente della Siae, gli Zero Assoluto e Francesco Caio, amministratore delegato di Poste Italiane.
Tra i primi che si erano fiondati al museo, Vittorio Sgarbi. E quando uno come lui esce sorridente in volto, complimentandosi con i gestori, allora probabilmente siamo in presenza di un successo annunciato.

















