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«Disastro a ponente», quando Trani aveva la Pretura circondariale: la storica sentenza di Michele Nardi

«Un disastro ambientale, un autentico scempio della natura sotto il profilo biologico, ecologico ed estetico». Con queste parole il dottor Michele Nardi, ultimo pretore circondariale di Trani, descriveva il risultato dell'attività di scarico a mare degli scarti di lavorazione delle segherie collocate alla periferia nord della città. Nelle motivazioni della sentenza del 1995, che inchiodò diciassette imprenditori del marmo ad espiare la colpa di aver cambiato il volto della costa di via Barletta e dintorni, numerose erano le censure.

Innanzitutto, le prove fotografiche fornite dai rappresentanti di Legambiente, attraverso le quali si possono delineare chiaramente, ancora oggi, i contorni delle mutazioni ambientali: «La spiaggia sabbiosa che declinava verso il mare è stata sostituita per diverse centinaia di metri da un paesaggio lunare». Il deposito degli scarti non è datato, a giudicare dalla stratificazione della vegetazione marina, che testimonia un'attività di scarico duratura almeno fino al 1993, data della prima denuncia. Solo da quel momento in poi i responsabili delle segherie si sarebbero preoccupati di interrompere gli scarichi a mare. Fino al 1976 le ditte in questione poterono scaricare a mare in maniera praticamente legale, grazie alle autorizzazioni all'occupazione del suolo demaniale rilasciate dalla Capitaneria di porto di Molfetta.

Si presume che le ditte abbiano continuato nell'attività di scarico a mare anche successivamente, seppure sprovviste della necessaria autorizzazione.         Particolarmente significativa è la presenza di cancelli che dal retro degli stabilimenti, immettevano direttamente sulla spiaggia: non è difficile immaginare per quale scopo fossero stati predisposti. Altro elemento qualificante delle motivazioni di condanna agli imprenditori lapidei fu l'assoluta assenza, fino alla data dell'accertamento, dei registri di carico e scarico dei rifiuti speciali che la legge impone di tenere.

A difesa delle proprie posizioni, i legali delle aziende coinvolte portarono anche una testimonianza  - ritenuta falsa dal pretore - per affermare l'assoluta estraneità ai fatti contestati. Testimonianza assolutamente irrilevante in quanto caduta in numerose contraddizioni tanto da perdere ogni consistenza.

Il pretore condannava i responsabili al ripristino della situazione "quo ante", ma, come era facile aspettarsi, nulla di tutto questo è accaduto: l’unica a non fermarsi mai, modellando quel litorale modificato dall’uomo ed adattandolo il più possibile alle “sue” esigenze, è stata la natura.


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