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«Ingiusta detenzione», Sollecito si sfoga a Trani: «Hanno parlato più del taglio dei miei capelli che delle carte del processo»

«È stata un'esperienza forte, unica e piena di falle, un buio di otto anni dal quale sono uscito e sulla base dei cui contenuti ho scritto un libro. Un'esperienza molto influenzata dalla televisione e dai media in generale, e che adesso provo a condividere con la società, per dire le cose come stanno, soprattutto perché vorrei tanto che la mia storia non si ripeta».

Così Raffaele Sollecito, aprendo il seminario di formazione professionale forense promosso dall’Agifor, associazione giovanile forense di Trani, sul tema “I profili della ingiusta detenzione”. Se n’è parlato ieri, presso lo Sporting club, a cura del presidente dell’Agifor Trani, Marianna Tiziana Belsito, di Pino Nazio, programmista-regista presso la Rai, e dell'avvocato Carmine Di Paola.

«La televisione presenta cronaca dalle 6 del mattino alle 2 di notte – ha spiegato Nazio -, sia perché c'è materiale, sia perché costa poco, sia perché offre sempre ricostruzioni suggestive. Ovviamente, però, non condivido questo modo di fare informazione, perché distorce spesso la verità».

Per Di Paola «non si può parlare di un processo fuori delle carte del processo. La realtà del processo è quella che conta, ed io sono abituato a giudicare fatti e persone sulla base delle carte del processo. Non mi pongo il problema di quale sia la verità sostanziale, mi preoccupa l'approfondimento del processo. Le carte del processo a Sollecito – ha rivelato il penalista barlettano - le ho lette approfonditamente solo il giorno precedente a quest’incontro, ma non nascondo che abbia fatto sempre il tifo per Sollecito, e non nascondo che l'alternanza delle sentenze su Stasi mi faccia porre dei dubbi su quale sia la verità di quel processo».

Nel caso di Sollecito, «quattro anni detenzione mi sembrano abnormi – giudica Di Paola -, come anche gli otto serviti per arrivare alla sentenza della Cassazione. Ed è vero che la pressione mediatica è stata intollerabile, al punto che un magistrato che ci aveva visto giusto ha lasciato la magistratura per essere andato controcorrente. Ma se c'è la norma, si rispetta. Punto».

«Effettivamente, otto anni sono un termine inaccettabile – riconosce il giovane ingegnere di Bisceglie -, anche perché la vita, nel frattempo, va avanti. E la carcerazione preventiva, nell'80 per cento dei casi, non ha senso e questo lo dice persino un magistrato quale Gherardo Colombo, perché non c'è il rischio oggettivo della reiterazione del reato. E poi mi chiedo perché avvocato e magistrato non possano parlare, se non per istanza del legale, oppure perché il magistrato possa bussare alla porta del giudice mentre l'avvocato no».

Della vicenda giudiziaria s’è parlato poco nel salone del club tranese, ma dei media tanto. E Sollecito non si risparmia: «Effettivamente la cronaca si fa seguire, ma viene offerta a livello di gossip, creando personaggi a prescindere. E questo mi dà molto fastidio, perché lede i diritti della persona che non ha scelto di essere in tv. Non sono contrario al fatto che si parli dei processi in tv, a differenza di quanto avviene in Inghilterra, ma nel rispetto di quello che succede in tribunale e non in funzione del mio taglio dei capelli o della maglietta di Amanda. Perché non si è parlato di tante cose dette in tribunale? A mio avviso perché si risparmia tempo e, probabilmente, perché la stampa prende le informazioni dalle procure, che si serve dei giornalisti per fare propaganda a se stessa. E l'accusa non mi ha mai fatto domande dirette, così come i giudici, per sapere anche da me qualcosa sulle accuse pesanti che mi venivano mosse. Avrei detto loro che Meredith la conoscevo a male pena, che Amanda la conoscevo da cinque giorni, che ancora meno conoscevo l'inglese, che sono finito in un tritacarne senza sapere ancora oggi perché. Tanto è vero che il libro l'ho scritto per una forma di riscatto, per dire la mia a tutti quelli che hanno parlato di me senza sapere nulla di me».


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