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"Interludio" tra vita e letteratura: presentata l'opera prima dello scrittore di Trani Rino Negrogno

“Interludio”, l’opera prima dell’infermiere tranese Rino Negrogno, fa interrogare il lettore già sulla sua stessa natura: non è un racconto o romanzo né una poesia, ma un «oggetto narrativo», secondo la definizione del critico Vito Santoro, che l’ha presentato ieri presso la libreria “Luna di sabbia”, alla presenza dell’autore, è una «una prosa poetica» ovvero una «poesia lunga», come l’ha definita lo stesso Negrogno.

Alla presenza di un folto pubblico, che ha fatto da giusta eco a questo «piccolo caso letterario» (è stato, infatti, uno dei libri più acquistati nei mesi di agosto e settembre), Santoro ha inizialmente dipanato i fili di questa delicata e raffinata matassa, qual è, appunto, “Interludio”, che rimanda al tempo in cui poesia e musica erano una cosa sola, dal momento che l’interludio era un brano di musica, strumentale o corale, eseguito tra due scene, quadri o atti di un componimento vocale-strumentale.

Qui, la musicalità è presente nella parola, a volte in modo prepotente o ai limiti del virtuosismo lessicale, come ammette lo stesso Negrogno, che, anzi, svela al pubblico uno dei suoi passatempi: «Annoto le parole che mi colpiscono, che hanno un suono che mi piace o di cui non conosco il significato; poi, questo elenco di parole desuete ce l’ho davanti agli occhi quando scrivo e lo utilizzo». È, insomma, per lui, «una forma di studio» e, a tal proposito, cita uno dei suoi modelli per questa forma di scrittura, il “Diario di un seduttore” di Kierkegaard, infarcito proprio di questa tipologia di termini.

In effetti, è tutto “Interludio” ad essere percorso da temi ostici e forti: l’amore per Trani, palpabile nelle varie e ricche descrizioni dei monumenti, delle strade e dei vicoli della città, definiti con la metafora del labirinto umano (come la zona del cosiddetto Purgatorio, molto vivida nella mente dell’autore); il tempo che passa, visto nei suoi lenti, ma inesorabili effetti su di noi e sugli altri, in particolare sui malati (con i quali Negrogno, per via del suo lavoro, viene quotidianamente in contatto); il sacro, che, per l’autore, agnostico, «costituisce una continua ricerca. Del resto, non capisco gli atei, i credenti e i matematici, perché loro hanno le soluzioni. Io non ne ho. Non è un giudizio, il mio, ma solo un’osservazione».

Squisito il siparietto tra Negrogno e il professor Domenico di Palo, suo professore di liceo, che gli ha trasmesso l’amore per la letteratura. Un aneddoto dei tempi del liceo raccontato dall’autore si trasforma in una declamazione, da parte del professore, di alcuni versi del III canto dell’Inferno della “Divina Commedia” di Dante.

Insomma, una serata all’insegna della cultura, dei ricordi e della riflessione. Infatti, “interludio” significa anche «intermezzo, breve serie di fatti che costituisce una parentesi, un’interruzione, un diversivo nel normale andamento delle cose, e sim.» (Treccani): è proprio ciò che succede al narratore e al «turista/preda», che si prendono una pausa da se stessi e dagli altri, per immergersi nelle profondità dell’io. Un episodio isolato, questo, che dovrebbe forse essere una tendenza costante in ciascuno di noi.

Stefano Mastromauro


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