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Referendum, alla Lum il primo confronto di Trani. Quagliariello: «No, perché la strada è pericolosa». Verini: «Sì, perché l'Italia è malata d'instabilità»

Un dibattito il più possibile nel merito della riforma che si intende realizzare attraverso il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Due sostenitori delle ragioni del «sì», altrettanti del «no», ma anche professionisti che si sono dichiarati neutrali e hanno provato ad orientare la platea, formata da tanti ragazzi, verso un'analisi sui contenuti anziché sulla politica. Se n'è parlato grazie all'incontro, tenutosi ieri presso la sede Lum di Trani, a cura della facoltà di Giurisprudenza della stessa Jean Monnet e della Scuola di specializzazione per le professioni legali.

«Gaetano Salvemini e don Luigi Sturzo non esitarono a criticare la Costruzione - ha esordito aprendo il dibattito Giuseppe De Tommaso, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno -, e forse non avevano tutti i torti se pensiamo che quella italiana è programmatica, non procedurale. Vi è da chiedersi se, alla luce di questa nostra carta costituzionale, in Italia possa mai governare una Margaret Thatcher, giusto per fare un esempio. E poi esiste la difficoltà di coniugare i tempi della politica con quelli della società e dell'imprenditoria. Questa riforma aiuterebbe ad accorciare le distanze?

Da queste ed altre domande si sono snodate le posizioni dei partecipanti. Gaetano Quagliarello, senatore della Repubblica ed ordinario di Storia contemporanea, fautore del «no», ammette che «il bisogno di una riforma è innegabile, perché soprattutto dal 2013 il quadro politico è profondamente mutato. Il Governo ha provato a guidare il processo di riforma, ma ha diviso il Paese a metà sulle regole, riducendone la coesione. La strada che ha scelto è legittima, ma pericolosa. E poi vi è un problema legato alla legge elettorale, votata con un voto di fiducia alla Camera dei deputati, con parlamentari frutto di un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, e di cui evidentemente non si è tenuto conto».

Dal fronte del «sì» Edoardo Carlo Raffiotta, docente di Diritto costituzionale all’Università di Bologna, osserva che «proprio in considerazione di quanto afferma il direttore della Gazzetta, da molti anni si cerca di aggiornare la Costituzione adeguandola ad una società che è profondamente mutata. Numerosi, ma sostanzialmente vani sono stati i tentativi. Gli obiettivi del «sì» sono molto chiari: dare stabilità al governo, perché due camere che fanno le stesse cose allungano i procedimenti e determinano instabilità. Superando il bicameralismo si semplifica il quadro ed il Paese ne trarrebbe giovamento in rapidità ed efficienza delle scelte».

De Tommaso, peraltro, ha ricordato che «il debito pubblico ha tenuto bene dal 1950 al 1980, poi è esploso e credo che la causa sia legata all'entrata in scena delle Regioni,  subito trasformatesi da enti di programmazione ad amministrazioni spesso alternative allo Stato centrale. «Invece l'instabilità è poco delle Regioni e tutta della seconda repubblica - ha ribattuto Walter Verini -, deputato e capogruppo del Pd in Commissione giustizia, fautore del "sì" -. Da oltre vent'anni le coalizioni vincono, ma quasi mai governano. Ed i governi sono sempre caduti per problemi politici. Servono coalizioni omogenee, e questa riforma ci porta proprio su quella strada. Le Regioni? Faranno le regioni solo se passerà la riforma. Questo referendum ci renderà una nazione più moderna ed autorevole in Europa, favorendo lavoro e sviluppo».

L'ultima provocazione del direttore è sulla figura del presidente del consiglio: «Cento parlamentari li sceglierà lui, ma altri 240 no: sarà proprio più solida la sua figura?». Amedeo Franco, già presidente di sezione della Corte di cassazione, nonché docente di Diritto costituzionale alla Lum, fautore del "no", la raccoglie solo in parte. «Il presidente del consiglio dovrebbe restare fuori, perché questa è una riforma costituzionale che non va politicizzata. Dico solo che non può funzionare per le modalità con cui si è giunti a questo referendum, vale a dire passaggi parlamentari poco corretti, e perché è un grande pasticcio che complica le cose e determinerà ulteriori danni, facendo sì che la medicina sia peggiore del male: la Costituzione non si può cambiare a colpi di referendum, la svuoteremmo di contenuti e valore».

L'associazione Giuristi di Puglia, rappresentata dal presidente regionale, Vito Savino, e dal provinciale, Antonio Giorgino, non prende posizione sul referendum, ma dà atto che «il dibattito si è troppo spostato sul versante politico e, allora, noi giuristi dobbiamo fornire un orientamento oggettivo. La riforma è di carattere giuridico e tale deve essere la valutazione».

Sul fronte dell'università ospitante, la Lum, sia il preside della facoltà di Giurisprudenza, Roberto Martino, sia il docente di Diritto amministrativo, Antonio Barone, hanno posto in risalto, soprattutto, «l'esigenza di votare, perché stiamo parlando di scelte che incideranno fortemente sulla nostra e le future generazioni». 


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