Il Consiglio regionale pugliese ha dato recentemente il via libera alla legge sulle cave estrattive. Circa 500 aziende dovranno adeguarsi ad una direttiva europea e sottoporsi alla Valutazione di impatto ambientale.
L'opposizione ha contestato il provvedimento che rischia di mettere in ginocchio un comparto che produce 500 milioni di fatturato l'anno e dà lavoro ad 8mila persone.
Tutto nasce dalle sanzioni dell'Unione europea nei confronti dell'Italia, a causa delle violazioni in materia ambientale relative alla coltivazione della pietra. La Puglia è una delle regioni più attive da questo punto di vista e, per sanare la situazione, il Parlamento regionale ha pensato all'obbligatorietà della Via anche per le cave già in esercizio.
Il Distretto lapideo pugliese, invece, contesta tale impostazione e chiede che la misura sia applicata alle cave ancora da coltivare o, nel migliore dei casi, qualora sia richiesto un ampliamento dei terreni già in esercizio.
Per Umberto Cormio, presidente del Distretto lapideo, «la valutazione di impatto ambientale “postuma” è in contrasto con la norma europea che stabilisce che "gli Stati membri adottano le disposizioni necessarie affinché, prima del rilascio dell’autorizzazione, per i progetti per i quali si prevede un significativo impatto ambientale, sia prevista un’autorizzazione e una valutazione del loro impatto. La procedura di pre-contenzioso non ha riguardato solo l’Italia, ma molti altri Paesi europei, ma le norme per la Via postuma sono state tutte rigettate. Di conseguenza, l'iniziativa pugliese non sortirebbe alcun effetto dal punto di vista della sanzione comunitaria, ma ne avrebbe, di devastanti, su circa 250 aziende».
Ma perché le aziende interessate da un'eventuale Via postuma dovrebbero chiudere e non mettersi in regola? «Perché approvando il Ddl così com’è - fa notare Cormio -, si rischierebbe che, per difficoltà tecniche, mancanza di competenze e soggettività dei componenti, si rilascino valutazioni negative e, pertanto, queste aziende dovrebbero chiudere perché non autorizzabili. Peraltro, molte attività estrattive hanno già effettuato la verifica di assoggettabilità a Via, ma gioca anche ricordare che, quelle al di sotto dei 20 ettari e 500.000 metri cubi, non sono assoggettabili a tale procedura. In definitiva - conclude Cormio -, consentirebbero una drastica riduzione delle attività sottoposte a Via, ne resterebbero una decina, quasi tutte grandi industrie, ma sarebbero soddisfatte la condizioni necessarie e sufficienti per non incorrere nell’infrazione comunitaria».


