Michele Di Feo, uno dei sette arrestati nel secondo filone nell'inchiesta sulle estorsioni a Trani, condotto da carabinieri di Bari e locale Procura della Repubblica, da ieri è agli arresti domiciliari. Infatti, il Tribunale del riesame ha accolto la richiesta di attenuazione della misura cautelare proposta dal suo difensore, Claudio Papagno.
Le motivazioni saranno rese note in trenta giorni ma, sostanzialmente, è stata esclusa l'aggravante mafiosa per la quale, invece gli altri sei arrestati restano tutti in carcere.
A Di Feo viene contestata la partecipazione ad un'estorsione ai danni di un locale della movida, presso il quale viene accusato di essersi recato, per conto del capo della banda, Vito Corda, a richiedere bottiglie di prosecco mai pagate.
Dalla ricostruzione del riesame si sarebbe accertato che le responsabilità più gravi, con riferimento a quello specifico capo d'accusa, siano attribuibili a Corda ed al suo braccio destro più fidato, l'albanese Ilir Gishti. La posizione di Di Feo sarebbe meno rilevante.
I primi sette arresti erano avvenuti il 2 febbraio, i successivi il 25 marzo. Di Feo ha fatto parte esclusivamente del secondo filone, come pure Armando Presta ed i fratelli Nicola e Pasquale Pecorella. In carcere dal primo blitz, invece, sono Corda, Gishti e Pasquale Pignataro.
Gli indagati dovranno rispondere, a vario titolo, di estorsione in concorso, continuata ed aggravata dalla metodologia mafiosa con l’aggravante, per due di essi, di avere commesso i fatti in un caso mentre era soggetto alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, in un altro per avere commesso i fatti nel triennio successivo alla decadenza della medesima misura di prevenzione.
Sono indagati anche Massimo Fiore (43) e Salvatore Fiore (35). Quest'ultimo è il collaboratore di giustizia le cui rivelazioni hanno permesso di definire la seconda fase dell'indagine.

